La verdura bio è davvero sana?

| Prende sempre più piede la coltivazione biologica, da molti vista come la soluzione ai problemi di inquinamento, da altri semplicemente come un metodo meno efficace che non soddisferà i bisogni di cibo della popolazione del pianeta

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di Marco Belletti

In Italia di orti urbani si iniziò a parlare durante il secondo conflitto mondiale, quando il fascismo lanciò la campagna “Orticelli di guerra”, per cui tutto il verde pubblico cittadino fu messo a disposizione della popolazione per coltivare verdure e legumi.

Terminata la guerra e superata l’insufficienza di cibo, di orti all’interno dei centri urbani non si è più parlato fino ai giorni nostri, quando sono stati rispolverati per rilanciare l’agricoltura biologica o promuovere un nuovo tipo di scambio sociale e utilizzo del tempo libero.

Secondo un’indagine della “Coldiretti”, il fenomeno ha definitivamente preso piede nel 2013, anno in cui lo spazio dedicato agli orti urbani ha raggiunto i 3,3 milioni di metri quadri, il triplo dei due anni precedenti. Dati Istat più recenti segnalano che il fenomeno nel 2017 era guidato dall’Emilia Romagna con 704 mila metri quadrati di orti urbani, seguita dalla Lombardia (193 mila m2) e dalla Toscana (170 mila), con risultati migliori al Nord rispetto che al Centro e al Sud.

I motivi di tanto successo, sempre a sentire le indagini, sono la possibilità di risparmiare (circa il 5% cento degli intervistati), la passione (10 %) ma soprattutto - oltre il 25 % del campione - la certezza di mangiare prodotti sani e genuini.

Orti urbani a parte (in alcuni casi con gli ortaggi a pochi centimetri dagli scarichi dei veicoli…), il fenomeno di nutrirsi in modo sano attira un numero sempre crescente di consumatori, che propendono per l’acquisto di prodotti biologici: frutta, verdura, carne, uova, formaggi con marchi che ne attestino la produzione, sfruttando soltanto la naturale fertilità del suolo, promuovendo la biodiversità e soprattutto escludendo prodotti di sintesi e organismi geneticamente modificati.

La legge italiana dichiara che la produzione biologica è di interesse nazionale con funzione sociale e ambientale in quanto basata sulla qualità dei prodotti, sulla sicurezza alimentare, sul benessere degli animali, sullo sviluppo rurale, sulla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e sulla salvaguardia della biodiversità. In pratica, contribuisce alla tutela della salute e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dell’intensità delle emissioni di gas a effetto serra.

Il biologico appare quindi come un cibo sano, pulito, salutare: tuttavia c’è chi sostiene che questi prodotti siano in realtà pericolosi. Secondo alcuni imprenditori agricoli, si tratta di un metodo che scoraggia la ricerca scientifica e di fatto anche ai ricercatori pubblici è impedito di sperimentare piante geneticamente migliorate. Sperimentazioni che sembrano decisamente utili visto l’aumento incessante della popolazione mentre, dopo la crescita della produzione agricola tra il 1960 e il 1980 (+3% anno su anno) lo sviluppo delle coltivazioni è molto rallentato, con incrementi che tra il 2005 e oggi variano tra il +1,8 e il +0,5%.

Anche farmacologi e biologi nutrono dei dubbi sul biologico. Alcuni sostengono che i campi bio inquinano il terreno con il rame, un metallo pesante, utilizzato come diserbante in sostituzione del glifosato, prodotto con un profilo tossicologico bassissimo. Ebbene, utilizzato in modo non controllato, il rame determinerebbe su elementi della microflora un sensibile aumento dei batteri resistenti agli antibiotici, resistenza che può essere trasmessa con facilità anche ai batteri patogeni di uomo e animali, rendendoli così a loro volta immuni agli antibiotici, con gravi conseguenze.

Alcuni test su cibi biologici e non, hanno stabilito che frutta e verdura bio non sono più salutari. Vitamine, antiossidanti e minerali sono pressoché identici, con residui di fitofarmaci - in quantità di molto inferiore alle imposizioni della legge - nei prodotti coltivati tradizionalmente, mentre in alcune verdure bio i nitrati sono doppi rispetto a quelle tradizionali. Altre indagini dimostrano invece che frutta e verdura bio contengono più minerali, acidi grassi, vitamine, antiossidanti.

Quindi, perché spendere di più per comprare biologico, senza essere certi che si sta rischiando per il rame o si sta assumendo una maggior quantità di antiossidanti? Malgrado viviamo in un’epoca e in una nazione con abbondanza di cibo sano e a buon mercato, siamo tra i consumatori più preoccupati al mondo. Certo, abitiamo un pianeta inquinato e sono numerosi gli studi che mettono in evidenza come i pesticidi possono causare disturbi dello sviluppo cerebrale nei bambini, ma le campagne di criminalizzazione dell’agricoltura tradizionale possono provocare paure ingiustificate. E in un periodo in cui chiunque può esprimere opinioni sull’efficacia e sulla pericolosità delle vaccinazioni senza nessuna conoscenza scientifica, questa disinformazione può essere davvero pericolosa.

Di certo c’è soltanto che in Italia il bio “tira”. La nostra nazione è il primo esportatore di biologico in Europa con il 5% di tutto l’export alimentare. Un ettaro coltivato su sei oggi è organico: nel 2017 erano 1 milione 800 mila quelli bio, il 20,3% in più rispetto all’anno precedente. E mentre molte aziende tradizionali chiudono (-12,4% tra il 2010 e il 2017) al contrario quelle biologiche aumentano costantemente.

Al coro degli agricoltori tradizionali si stanno aggiungendo le voci di quelli biologici, che assumono sempre più peso e fanno leva sulla preoccupazione per lo stato di salute della Terra, puntando sulla qualità più che la quantità.

A ben guardare, l’applicazione di metodi biologici nell’agricoltura ha numerose similitudini con la lenta ma progressiva diffusione di vetture elettriche nel parco circolante mondiale. Da un lato alcuni pro, come il sensibile miglioramento della qualità dell’aria nelle aree metropolitane più inquinate. Dall’altro dubbi sul metodo “pulito” della produzione dell’elettricità, sullo smaltimento delle batterie, sui costi reali…

Così come per il trasporto, anche per l’agricoltura la strada sembra in ogni caso segnata: forse hanno ragione gli agricoltori biologici quando affermano che tanto vale cambiare direzione e - anche se l’agricoltura biologica non ha produzioni paragonabili con quelle dell’agricoltura industriale - non ha senso demonizzarla e tornare indietro. Tuttavia, un recente articolo di Nature sostiene che nessun Paese riuscirà per anni a soddisfare i bisogni elementari dei propri cittadini usando le risorse in modo sostenibile. 

Come affermò Alessandro Manzoni riferendosi ad argomenti troppo controversi per i quali prendere una decisione: ai posteri l’ardua sentenza.

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