L’acqua della salute… o no?

| Gli italiani preferiscono l’acqua imbottigliata a quella del rubinetto, regolate da leggi differenti. Entrambe contengono sostanze dannose per la nostra salute, ma quella in plastica aggiunge i veleni del contenitore

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di Marco Belletti

Sembrerebbe che gli italiani amino in modo particolare l’acqua imbottigliata. Infatti, ne sono i primi consumatori in Europa ma secondo alcune indagini non hanno reale consapevolezza di quali siano le differenze che ci sono tra i vari prodotti in commercio, i cui prezzi oscillano dagli 11 centesimi a un euro al litro, tenendo fuori da questa classifica casi particolari come le bottiglie griffate da Chiara Ferragni il cui costo può raggiungere anche i 5 euro al litro…

A questa sensibile disuguaglianza di prezzo non sempre corrisponde una reale diversità delle acque. Per analizzare quali siano le differenze e i motivi che spingono ad acquistare una marca piuttosto di un’altra, “Qualescegliere.it” – il sito che in Italia recensisce prodotti e servizi – ha condotto una indagine su alcuni tra i marchi più conosciuti e venduti: Evian, Fiuggi, Lauretana, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, Sangemini, Sant’Anna, Uliveto, Selex, Sorgesana e Vitasnella.

Secondo l’analisi sono numerosi i parametri per valutare un’acqua minerale e in buona parte dipendono dalle diverse esigenze dei clienti e dal tipo di dieta che si intende seguire. Un primo indicatore da valutare è la quantità di sali minerali: il residuo fisso è la quantità di sali disciolti dopo aver fatto evaporare l’acqua a 180 gradi ed è sempre indicata in etichetta. Nelle acque minerali varia da meno di 50 milligrammi per litro (l’acqua minimamente mineralizzata) a oltre 1.500 (acque ricche di sali minerali). Le acque oligominerali più diffuse hanno un residuo fisso tra 50 e 500 mg/l. Tra le marche prese in esame da Qualescegliere.it, agli estremi si trovano Lauretana (14 mg/l) e Sangemini (987 mg/l).

Inoltre, va valutata anche la quantità di calcio e magnesio per definire un’acqua dolce o dura. La più ricca di calcio è Sangemini, Vitasnella quella con più magnesio. Sempre sull’etichetta delle acque, è presente l’informazione sul pH alla sorgente, con cui valutare l’acidità (favorisce la digestione) o la basicità: Uliveto è la più acida con un valore di 5,8 – questo è il motivo per cui favorisce la digestione – la più basica è Panna con 8 e quindi è consigliabile per chi ha problemi di acidità di stomaco.

Anche se dall’indagine emerge una acqua vincitrice grazie alla maggior presenza di tre qualità importanti per Qualescegliere.it (povera di sodio, indicata per la preparazione di alimenti per neonati e diuretica) se si considera che ci sono quasi 300 diverse sorgenti di acqua minerale in Italia appare evidente che si tratta di una ricerca del tutto incompleta. In ogni caso, questi e altri parametri sono spesso cavalcati dal marketing delle diverse case produttrici, per convincere gli acquirenti a comprare un’acqua piuttosto di un’altra, vincendo l’opinione che l’acqua del rubinetto sia uguale a quella imbottigliata, oltretutto più economica. Qualescegliere.it smentisce in parte questa affermazione in quanto segnala che nel nostro Paese esistono due leggi separate che stabiliscono i limiti massimi di alcune sostanze contenute nelle acque, una valida per quelle in bottiglia, l’altra per quella del rubinetto di casa. Con differenze davvero molto sensibili, tanto che in casi limite alcune acque in bottiglia non sarebbero potabili se trovate negli acquedotti.

Per esempio il manganese può raggiungere i 500 milligrammi per litro nell’acqua in bottiglia ma non può superare i 50 per quella dell’acquedotto. L’alluminio non ha limiti in bottiglia e invece non può superare i 200 mg/l nel rubinetto. Infine, in Italia in nessun caso ci sono limiti di legge per la presenza di berillio, che invece negli Stati Uniti non può superare i 4 milligrammi per litro in quanto alcuni studi avrebbero dimostrato che può causare lesioni intestinali se ingerito per un lungo periodo.

Il berillio non è il solo veleno contenuto nell’acqua: secondo uno studio che l’università australiana di Newcastle ha realizzato dietro indicazione del WWF (il World Wildlife Fund) afferma che ogni essere umano ingerisce circa 250 grammi all’anno di micro pezzi di plastica. Per rendere l’idea, si tratta dell’equivalente di oltre una cinquantina di carte di credito all’anno, praticamente una alla settimana.

Questa plastica è presente in sale, birra e frutti di mare ma soprattutto nell’acqua, sia quella in bottiglia sia quella del rubinetto.

L’italiano Marco Lambertini è il direttore internazionale del WWF. In merito alla plastica presente nei cibi e nelle bevande ha spiegato che non è necessario attendere i risultati delle ricerche mediche sui potenziali effetti negativi sulla salute umana di questa plastica per affrontare alla radice il problema e risolverlo definitivamente a livello globale.

“Se non vogliamo la plastica nel nostro corpo – spiega Lambertini – dobbiamo evitare di disperdere in natura i milioni di tonnellate di plastica come stiamo facendo oggi. I governi di tutto il mondo devono intervenire, ma devono avviare azioni in tal senso anche le imprese e i cittadini”.

Forse nel 2050 negli oceani non ci sarà più plastica che pesci, come annunciato nel 2015 al convegno mondiale di Davos. Ma sicuramente la plastica sarà tanta in quanto è diventato il materiale più usato al mondo, superando di gran lunga legno, cemento e pietra. E in certi usi, come per esempio le bottiglie per l’acqua, può essere davvero velenosa per l’ambiente e per noi. Infatti, solo il 10 per cento della plastica è effettivamente riciclato e il riciclo non è un processo ecologico perché richiede sostanze chimiche dannose. Inoltre, molto spesso l’acqua in bottiglia è deteriorata e alterata dagli elementi rilasciati lentamente dalla plastica durante i periodi di stoccaggio: il contenitore in PET dell’acqua rilascia, nel lungo periodo, una lunga serie di sostanze cancerogene. Il problema è molto grave in quanto l’attuale sistema di distribuzione non norma le regole di stoccaggio delle bottiglie, che restano in magazzino o all’aperto (con forti sbalzi di temperatura) per periodi di tempo superiori a un anno.

Alcuni studi sembrano testimoniare che il materiale con cui sono realizzate le bottiglie di acqua e latte, i rivestimenti per lattine e altri contenitori per alimenti rilasciano sostanze che provocano effetti analoghi a quelli degli estrogeni, con infertilità nell’uomo e seri danni a fegato, reni e polmoni. Al momento l’uso di questi materiali non è vietato ma già dal 2011 sono stati stata banditi da biberon e ciucci, in quanto considerati dannosa per i bambini. In pratica, fate attenzione a quel che bevete e anche da dove lo bevete.

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