9 settembre, arriva l’asteroide

| È stata stimata a tra poco più di due mesi la data in cui un meteorite scoperto recentemente potrebbe precipitare sulla Terra, anche se le probabilità per ora sono dello 0,013%. Infiniti i casi simili nella lunga storia del nostro pianeta

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Di Marco Belletti
Abbastanza frequentemente i media ripropongono la notizia di un possibile asteroide in rotta di collisione con la Terra. E quando la fatidica data dello schianto si avvicina, quasi magicamente si scopre che il sasso più o meno grande passerà vicino al nostro pianeta, ma neppure troppo, qualcosa come milioni di chilometri che noi umani non riusciamo neppure a quantificare.

In questi giorni tocca a QV89 2006 di cui tutti forniscono informazioni sulla data e i reali rischi di impatto, riprendendo notizie spacciate per ufficiali in arrivo sia dalla NASA (la National Aeronautics and Space Administration, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti) sia dall’ESA, cioè l’agenzia spaziale europea che coordina i progetti cosmici di 22 nazioni del nostro continente.

QV89 2006 è un asteroide del diametro compreso tra i 15 e i 50 metri: gli astronomi non riescono a essere più precisi in quanto non conoscendo a fondo il materiale di cui è composto non possono ipotizzare la sua riflettività, fondamentale in casi come questo per determinare le dimensioni degli oggetti spaziali.

Giusto per seminare un po’ di pessimismo, qualcuno ha fatto notare che dovrebbe essere grande come l’oggetto che esattamente 111 anni fa, il 30 giugno 1908, esplose in aria a Tunguska in Russia [leggi quil’articolo di Italia Star Magazine sullo schianto in Siberia], provocando una delle più violente esplosioni mai avvenute sul nostro pianeta in epoca storica, equivalente a mille bombe atomiche di Hiroshima. Dopo aver seminato un po’ di paura, ecco che immediatamente dopo ci viene fornita una chiave di lettura meno tragica, in quanto sembrerebbe che gli esperti abbiano affermato che questo nuovo pietrone in arrivo dallo spazio non sarebbe in grado di provocare cataclismi devastanti, almeno a livello planetario.

Quale che sia la verità, gli scienziati non stanno certo sottovalutando il buon QV89 2006 tanto che l’ESA l’ha inserito nella “risk page” in cui elenca gli oggetti in grado di provocare importanti danni a edifici e infrastrutture oltre ovviamente a mettere a rischio l’incolumità del genere umano. Dopo di ciò la palla è passata al NEODyS (Near Earth Objects Dynamic Site, un servizio italiano – dell’università di Pisa – e spagnolo che fornisce informazioni sugli oggetti di passaggio nei pressi della Terra) e all’analogo JPL NEO della NASA che hanno attentamente calcolato la possibile data dell’impatto o quanto meno del passaggio ravvicinato. Gli scienziati sono giunti alla conclusione che il 9 settembre 2019 potrebbe essere il giorno in cui QV89 2006 si schianterà sulla Terra. Al momento i reali rischi di collisione con il nostro pianeta sono bassi, con una probabilità pari allo 0,013 per cento ma gli astronomi per ora non si sbilanciano troppo e nelle prossime settimane questo valore potrebbe anche crescere. O diminuire.

Sono stati davvero numerosi gli asteroidi e i pianetini in rotta di collisione con la Terra, soprattutto miliardi di anni fa quando l’universo era più giovane e gli oggetti interplanetari più numerosi e dalle rotte imprevedibili. Del resto le teorie più recenti affermano che la Luna si sia formata in seguito allo schianto tra la Terra e l’ipotetico pianeta Theia. E sul nostro satellite, senza la protezione dell’atmosfera, sono rimasti evidenti i segni di infinite collisioni, sotto forma di crateri. Crateri che sono presenti anche sulla Terra, ma nel corso di milioni di anni sono stati nascosti dalla vegetazione, dagli agenti atmosferici o dal potere erosivo dell’acqua.

Studiando antichissime formazioni rocciose in Sudafrica e Australia gli scienziati hanno scoperto tracce di impatti in mare – risalenti a un periodo tra i 3,2 e 2,5 miliardi di anni fa – di oggetti con un diametro compreso tra i 20 e i 50 chilometri: come termine di paragone, l’asteroide che 65 milioni di anni fa formò il cratere di Chicxulub e forse estinse i dinosauri aveva un diametro di 15 chilometri. Le più recenti teorie ritengono che questi asteroidi abbiano modificato la tettonica delle placche di quell’era lontana, dando vita nei milioni di anni successivi a vere “isole rocciose” al di sotto dei nuovi continenti terrestri.

A circa 250-251 milioni di anni fa risale il limite tra i periodi geologici Permiano (del Paleozoico) e Triassico (del Mesozoico), una fase in cui si verificò la più grande estinzione di massa mai avvenuta sulla Terra: scomparvero oltre il 96 per cento delle specie marine, il 70 per cento dei vertebrati terrestri, il 57 per cento di tutte le famiglie animali, l’83 per cento di tutti i generi e finora è l’unica estinzione che abbia coinvolto in maniera evidente gli insetti.

Questo drammatico evento fu molto probabilmente provocato da un altro impatto asteroidale che avrebbe aperto una gigantesca ferita nella superficie terrestre, nota come “trappo siberiano”: una faglia lunga migliaia di chilometri che eruttò milioni di chilometri cubici di basalto, che in alcune aree si sarebbe ispessito fino a cinque chilometri, per un periodo che si ipotizza di un paio di milioni d’anni. Questa mega eruzione avrebbe immesso in atmosfera una enorme quantità di metano provocando un aumento delle temperature mondiali di almeno 5 gradi Celsius e acidificando l’oceano primordiale Mirovia. Più o meno come le emissioni di CO2delle nostre vetture tanto vituperate dalla classe politica.

Nel 1980 alcuni fisici dell’università della California scoprirono alte concentrazioni di iridio (elemento raro sul nostro pianeta ma abbondante nelle meteoriti) in uno strato della crosta terrestre datato 65 milioni di anni e ipotizzarono lo schianto di un asteroide del diametro di 10-14 chilometri. La teoria fu confermata dalla scoperta di un cratere (Chicxulub) di 180 chilometri nello Yucatán in Messico. La scoperta che i dinosauri si estinsero in un lasso di tempo inferiore ai mille anni (e non milioni come ritenuto in precedenza) fece ipotizzare che il meteorite pieno di iridio fosse la causa della loro scomparsa.

Sulla base delle numerose scoperte di crateri negli ultimi anni, oggi gli scienziati ipotizzano che oltre a impatti devastanti che si verificano circa ogni dieci milioni di anni, se ne hanno numerosi minori che avvengono molto più frequentemente e che lasciano tracce minori.

Molto interessante la recente scoperta del cratere di Burckle, a quasi 4 mila metri di profondità nell’oceano Indiano, che potrebbe essere stato generato da una cometa che – più o meno 5 mila anni fa – avrebbe provocato un maremoto a livello mondiale con relativa onda anomala alta quasi 200 metri: dovrebbe aver devastato le coste di tutto il pianeta penetrando per alcuni chilometri nella terraferma e aver dato vita alla leggenda del diluvio universale. Ricerche successive tendono a confutare questa teoria, ma per il momento non vi sono certezze.

L’unica verità è che QV89 2006 è decisamente più piccolo di questi suoi predecessori e quindi a livello planetario i danni che provocherà – dovesse schiantarsi – sarebbero limitati: bella soddisfazione…

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