A che ora è la fine dell’universo?

| Le ultime teorie degli astrofisici hanno spostato in avanti il momento in cui lo spazio cesserà di esistere. Ma con ogni probabilità sul nostro piccolo pianeta sarà già finito tutto miliardi di anni prima

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di Marco Belletti

Prima di tutto, tranquilli. Diciamo che c’è tempo e che possiamo fare le cose con calma. È da oltre sessant’anni, da quando hanno scoperto che l’universo si sta espandendo e quindi non è eterno, che gli astrofisici e i cosmologi cercano di capire se si contrarrà e soprattutto tra quanto tempo finirà.

In questo periodo – per noi umani, tutto sommato, abbastanza lungo – non è che siano riusciti a trovare una risposta certa, anche perché molto spesso gli “astroesperti” hanno cambiato idea, come nella seconda metà degli anni Novanta quando si sono accorti che tre quarti dell’universo è composto dalla cosiddetta energia oscura.

Ebbene, grazie a questa scoperta gli scienziati hanno potuto ipotizzare che l’energia oscura è il motore che espande l’universo e che già ora sta sensibilmente accelerando questa espansione. E a sentir loro sembra che questa velocità diventerà tanto elevata - annullando la contrazione esercitata dalla forza di gravità - da strappare l’uno dall’altro tutti gli atomi del cosmo in quello che è stato chiamato il “big rip”, il grande strappo destinato a rompere il tessuto dello spazio-tempo, decretando la morte dell’universo: tra 16,7 miliardi di anni.

A fare questa definitiva, per ora, affermazione sono stati alcuni cosmologi cinesi che utilizzando un metodo da loro inventato (la parametrizzazione di Ma-Zhang) hanno calcolato l’evoluzione temporale dell’universo secondo le attuali conoscenze sull’energia oscura. Dopo la pubblicazione di questa teoria nel 2012, hanno perso smalto altre due ipotesi sulla fine dell’universo. Quella secondo cui l’espansione rallenterà fino a raggiungere un equilibrio in cui l’universo resterà un po’ più grande delle attuali dimensioni diventando man mano sempre più freddo. Finché - in un futuro ben più lontano di 16,7 miliardi di anni, in un periodo che può essere espresso con un 1 seguito da 100 zeri - tutto scomparirà nei buchi neri che a loro volta evaporeranno. L’altra teoria invece enunciava che se a vincere fosse stata la gravità, l’universo si sarebbe contratto fino a diventare grande come un uovo ma dalla massa infinitamente elevata, in un big bang alla rovescia definito dai cosmologi “big crunch”.

Quindi la teoria attualmente più gettonata sulla fine dell’universo è quella del big rip, ma gli scienziati non si sono accontentati del limite temporale di 16,7 miliardi di anni, hanno anche ipotizzato che cosa accadrà prima di quella scadenza.

Per scoprirlo non dobbiamo allontanarci troppo, basta restare nelle vicinanze del nostro pianeta. Come tutti sappiamo, la Terra fa parte del sistema solare e il Sole è una piccola stella alla periferia della nostra galassia (che chiamiamo Via Lattea) al cui interno sembra che ne esistano altre centinaia di miliardi. E, secondo recenti valutazioni, sembra che nell’universo siano circa mille miliardi le galassie… Assolutamente impossibile per la nostra mente concepire e immaginare numeri così grandi.

Un bel botto tra galassie

Un team di astrofisici inglesi della “Durham University” ha pubblicato sulla rivista “Monthly Notices” della Royal Astronomical Society una ricerca in cui si teorizza che la Grande Nube di Magellano si scontrerà con la Via Lattea tra circa due miliardi di anni e in seguito alla collisione il nostro sistema solare potrebbe essere catapultato nello spazio esterno.

La Grande Nube di Magellano è una delle galassie satelliti che orbitano attorno alla nostra e, fino a poco tempo fa, si pensava che si stesse allontanando poiché ruota intorno alla Via Lattea a una velocità molto elevata. Recenti ricerche hanno invece permesso di scoprire che la galassia satellite possiede una quantità di energia oscura quasi doppia rispetto a quanto ipotizzato in precedenza, per cui molto probabilmente ci verrà addosso. Arrivata nei pressi della Via Lattea circa un miliardo e mezzo di anni fa, attualmente la Grande Nube di Magellano si trova più o meno a 163 mila anni luce di distanza o, se preferite, a 10 mila miliardi di chilometri. Secondo gli astronomi, lo scontro potrebbe innescare il buco nero (la cui massa è di 4 milioni di volte quella del Sole) al centro della nostra galassia, che inizierebbe così a catturare tutta la materia circostante fino a diventare una decina di volte più grande. Lo scontro e l’attivazione del buco nero daranno vita a una perturbazione che provocherà l’espulsione di alcune stelle più esterne, come il nostro sistema solare. Una fine disastrosa per la Terra ma sicuramente spettacolare con il buco nero che emetterà radiazioni di energia estremamente luminose per chi potrà vederle a qualche migliaio di anni luce di distanza.

Quel che resterà della Via Lattea dopo un altro paio di miliardi di anni si scontrerà con la galassia di Andromeda dando vita a un gigantesco sistema stellare che potrebbe essere chiamato “Lattomeda”. A quell’epoca la Terra, anche non dovesse essere scagliata al di fuori della galassia, sarà priva di vita e inospitale così come sarà morto il nostro Sole, da tempo trasformato in una nana bianca piccola, densissima, e fredda che tuttavia continuerà a esercitare la sua attrazione gravitazionale ancora per molti miliardi di anni, praticamente fino allo scoccare della fine dell’universo. E tra 16,7 miliardi di anni (milione più, milione meno…) tutto il cosmo si disgregherà, l’energia oscura scomporrà tutti gli atomi e annullerà le valenze molecolari che li tengono uniti. In pratica, non ci sarà più nulla, né lo spazio né il tempo.

Il tramonto della Terra

Quasi sicuramente nessun essere umano, almeno come lo intendiamo noi, potrà assistere alla fine dell’universo (così come ipotizzata dagli astronomi o in qualsiasi modo avverrà) in quanto con ogni probabilità la vita sulla Terra sarà già estinta da miliardi di anni. Per la fine del genere umano le teorie degli scienziati sono altrettanto fantasiose di quelle con cui hanno ipotizzato la morte dell’universo e hanno una grande varietà. Si passa dall’asteroide che si schianterà sulla superficie terrestre provocando un cambiamento climatico dalle conseguenze apocalittiche, alla faglia che si spacca con la fuoriuscita di miliardi di tonnellate di magma che emetteranno in atmosfera una quantità di ossido di carbonio tale da provocare una nuova estinzione di massa di ogni essere vivente. Comunque, niente di nuovo sotto il sole perché tutte le teorie affermano che questi eventi sono già successi e potranno succedere nuovamente. E, a proposito di Sole, anche la nostra stella potrebbe provocare la fine della vita sul nostro pianeta.

Avrebbe potuto succedere nel 2012, quando una palla di fuoco emessa dal Sole è passata molto vicina alla Terra, sfiorando il nostro campo magnetico e disperdendosi nello spazio. Allora abbiamo avuto – secondo alcuni scienziati – davvero molta fortuna, ma un evento del genere quasi certamente si ripeterà e allora potremmo non essere nuovamente così fortunati.

Ad affermarlo un team di geologi dell’Università svedese di Lund che ha estratto una carota di ghiaccio dall’Artico e analizzandola ha scoperto che in passato la Terra è stata colpita molto più di frequente di quanto si pensasse dalle tempeste solari, con effetti devastanti.

In quel pezzo di ghiaccio formatosi decine di migliaia di anni fa, i ricercatori hanno trovato un vero e proprio archivio della storia del nostro pianeta, comprese tracce di violente tempeste solari che investirono la Terra intorno al 660 avanti Cristo, nel 775 dopo Cristo e nel 1859. Per comprenderlo, nella carota il team svedese ha ricercato carbonio 14, berillio 10 e cloro 36, isotopi radioattivi che sono prodotti dalle tempeste solari.

Nel 1859 la tempesta solare che colpì la Terra causò il cosiddetto “evento di Carrington” con un’aurora boreale che giunse a illuminare il cielo di Cuba. I pochi impianti elettrici dell’epoca impazzirono, con telegrafi che si fulminarono e in qualche caso si incendiarono. Oggi gli effetti sarebbero devastanti, con centinaia di satelliti fuori uso, rotte aeree a rischio, blackout radiotelevisivo, GPS fuori servizio, linee elettriche in tilt, in un attimo si dissolverebbe la rete web e sarebbero impossibili tutte le transazioni di denaro elettronico, con conseguenze inimmaginabili non solo per l’economia ma anche, ad esempio, per l’ordine pubblico.

E dai dati emersi grazie al carotaggio artico, le tempeste del 660 a.C. e del 775 d.C. furono almeno di intensità cinque volte maggiore rispetto a quella dell’Ottocento.

Il vento del Sole

Già da qualche anno la situazione è analizzata dagli scienziati e, molto presto, un po’ come si tiene sotto controllo il meteo terrestre allo stesso modo sarà “monitorato” quello spaziale. In questo ambito l’Italia è all’avanguardia. L’Osservatorio Astrofisico di Torino – specializzato in osservazioni della corona solare dallo spazio – gestirà uno strumento di analisi installato sulla sonda europea Solar Orbiter che partirà nel 2020, mentre l’Istituto di Astrofisica e Planetologia spaziali di Roma gestirà alcuni radar posizionati in Antartide. Oltre a questi due progetti, nascerà una vera e propria rete nazionale tra i numerosi istituti fisici, geofisici e spaziali del nostro Paese, che metterà a disposizione della comunità scientifica i dati raccolti. Obiettivo di queste attività è poter disporre di un sistema di allerta sulle tempeste solari che – al contrario degli asteroidi in rotta di collisione con la Terra – ci avvisano del loro manifestarsi con un anticipo che varia da pochi minuti a qualche giorno. Tra l’altro, senza nessuna possibilità di inviare nello spazio un razzo con a bordo il Bruce Willis di turno per deviarlo senza che colpisca la Terra.

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