Dalla Terra alla Luna guidati da una calcolatrice

| I moderni smartphone hanno una capacità di calcolo immensamente superiore a quella del computer dell’Apollo 11 che portò l’uomo sulla Luna. Raggiungere il nostro satellite con la tecnologia di allora è stato davvero un risultato notevole

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Di Marco Belletti
Capricorn One è un film del 1978 che parla di una missione su Marte organizzata dalla NASA. A un certo punto l’agenzia spaziale statunitense scopre di non essere in grado di far partire il razzo e, per evitare che i ricchi finanziamenti statali siano cancellati a causa dell’insuccesso, allestisce una colossale messa in scena. Gli astronauti vengono nascosti in una base militare nel deserto del Nevada e il mondo vede quelle che crede essere le immagini della missione ma che in realtà sono registrazioni in uno studio televisivo. Tutto sembra filare per il meglio ma la capsula vuota lanciata nello spazio per dare credito alla simulazione, esplode in fase di rientro nell’atmosfera. Per evitare che l’inganno venga scoperto, i vertici della NASA decidono quindi di uccidere gli astronauti, ma questi fuggono dalla base militare in cui erano segregati e – anche grazie all’aiuto di un giornalista – fanno emergere la verità scoprendo l’imbroglio.

Capricorn One è la pellicola che meglio ha raccontato la teoria del complotto lunare secondo cui le missioni del programma Apollo non avrebbero realmente trasportato gli astronauti sulla Luna. Secondo i complottisti, NASA e governo degli Stati Uniti avrebbero realizzato le immagini degli allunaggi con riprese fatte in studio grazie a effetti speciali, addirittura con la regia di Stanley Kubrick. Un’indagine svolta nel 1999 dalla società di analisi e consulenza Gallup decretò che il 6 per cento dei cittadini statunitensi aveva dubbi sul fatto che i vari allunaggi delle diverse missioni fossero realmente avvenuti.

Il primo ad aver parlato di complotto è Bill Kaysing, laureato in Bachelor of Arts all’università della California meridionale. Partendo dalla sua esperienza lavorativa in un’azienda produttrice di motori per razzi, afferma che la tecnologia degli anni Sessanta non sarebbe stata sufficientemente avanzata da permettere un allunaggio con equipaggio. E che pertanto la NASA li avrebbe finti per garantirsi successivi finanziamenti statali.

In un recente articolo comparso su The Conversation (il sito web che diffonde articoli scritti da accademici e ricercatori) Graham Kendall – professore di “Computer Science” all’università di Nottingham – affronta le problematiche incontrate dal progetto Apollo da un altro punto di vista: poteva un computer come quello dell’epoca portare la navicella sulla Luna, avendo la potenza di calcolo minore a quella di un qualsiasi smartphone che abbiamo oggi in tasca?

Del resto, mezzo secolo dopo l’epocale evento definito da Neil Armstrong un piccolo passo per l’uomo ma un grande passo per l’umanità, gli astronauti non sono più tornati sulla Luna (l’ultimo allunaggio risale al 1972) nonostante da allora la tecnologia abbia compiuti progressi davvero enormi.

A bordo dell’Apollo 11 – spiega Kendall – era installato il computer AGC (Apollo Guidance Computer) che aveva una memoria RAM (Random Access Memory) di 32.768 bit, in grado di memorizzare a malapena le parole di questo articolo, ben poco rispetto a un moderno smartphone, che invece può gestire migliaia di e-mail, canzoni, fotografie… I cellulari più moderni hanno almeno 4 GB di RAM, un milione di volte la memoria random del computer dell’Apollo 11.

Situazione ancora più al limite per quanto riguarda la memoria ROM (Read Only Memory, dove sono cioè archiviati i file) che oggi sull’iPhone arriva a 512 GB, oltre sette milioni di volte superiore a quella del computer AGC.

Fin qui le memorie, che tuttavia non sono gli unici elementi da tenere in considerazione per calcolare la potenza di un elaboratore. Il computer dell’Apollo 11 aveva un processore – il circuito elettronico che esegue operazioni su fonti di dati esterne – che funzionava a 0,043 MHz. I processori più moderni funzionano a circa 2.490 MHz, cioè almeno 100 mila volte la potenza di elaborazione del computer che guidò l’allunaggio 50 anni fa.

Per Kendall, non sono confrontabili i display (decisamente troppo diversi tra loro per la rapidità esponenziale dell’evoluzione degli schermi di nuova generazione) e l’interfaccia utente: oggi si inserirebbero i dati con un mouse, comandi a scorrimento su uno schermo tattile o con gesti e movimenti degli occhi anziché digitare codici numerici su una tastiera indossando i guanti della tuta…

Anche sulla base di queste diversità, Kendall propone di confrontare il computer dell’Apollo non con un moderno cellulare ma con una calcolatrice tradizionale, perché in realtà il computer di 50 anni fa era più simile a questa che a un PC. Per questo confronto il professore prende in esame due modelli di calcolatrici della Texas Instruments, uno dei più famosi produttori al mondo: la TI-73 del 1998 e la TI-84 del 2004.

Confrontandole con il computer dell’Apollo 11, Kendall nota che la TI-73 ha una ROM leggermente inferiore e una RAM otto volte più capace, mentre con la TI-84 la RAM è aumentata a 32 volte quella del computer AGC e la ROM addirittura 14.500 volte di più. In sintesi, per quanto riguarda la velocità di elaborazione, la TI-73 è 140 volte più veloce e la TI-84 quasi 350 volte più rapida del vecchio PC installato sulla navicella.

Kendall non cede alle lusinghe del complottismo, ma si chiede: come è possibile che una semplice calcolatrice studiata per aiutare gli studenti a fare semplici calcoli è più potente del computer che ha trasportato l’uomo sulla Luna?

L’unico aspetto che oggi come allora non cambia è la velocità di comunicazione con la Terra: poco meno di un secondo e mezzo è il tempo perché un messaggio raggiunga il nostro pianeta dal satellite, viaggiando alla velocità della luce.

Kendall conclude che con la limitata potenza di calcolo disponibile nel 1969, essere riusciti a raggiungere la Luna, posarsi sul suo suolo, e far tornare la navicella a Terra è stato davvero un risultato notevole. Oggi l’intelligenza artificiale dei moderni computer avrebbe indubbiamente aiutato gli astronauti: Armstrong affermò che – in una scala da uno a dieci – il livello di preoccupazione di camminare sulla Luna è stato uno mentre la discesa finale verso la Terra un bel 13!

Sicuramente il computer del 1969 non correva nessun rischio di essere cyberattaccato come è invece successo nel 2018 (ma il fatto è stato divulgato solo in questi giorni) da alcuni hacker che hanno “bucato” la rete NASA utilizzando un minicomputer per bambini da 35 dollari, il Raspberry Pi.

Grande come una carta di credito, in vendita dal 2012 per insegnare i rudimenti dell’informatica ai bambini, il Raspberry Pi ha permesso ad alcuni sconosciuti di entrare nella rete grazie al mancato aggiornamento del sistema che controlla i dispositivi che hanno accesso al network della NASA. 

Techxplore (il sito che pubblica news su ingegneria, tecnologia e ricerca) ha rilevato che tra i dati violati ci sono file delle missioni verso Marte e informazioni sull’esportazione delle tecnologie militari e di difesa statunitensi. Si è trattato di un attacco particolarmente pericoloso in quanto è la dimostrazione che per i pirati informatici sarebbe possibile accedere e boicottare i sistemi di comunicazione delle missioni di volo con umani a bordo.

Chissà che danni provocherebbero gli hacker penetrando nella calcolatrice del nostro iPhone…

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