L’ultima verità su Lady Diana

| Richard Shephered, il patologo forense che si occupò dell’indagine sulla morte della principessa, racconta in un libro che la principessa avrebbe potuto salvarsi. I ricordi un mestiere difficile, con oltre 23mila casi esaminati

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È dalla notte del 31 agosto 1997 che il mondo ha inserito Lady Diana nella galleria delle icone destinate alla leggenda. La principessa triste, come nelle favole che non hanno un lieto fine, la donna che amava il popolo e odiava la corte, che combatteva fin dal primo giorno con un marito che mentre procreava per obblighi dinastici, probabilmente chiudeva gli occhi per pensare a un’altra. Da quella notte, quando l’infelicità di Lady D si è schiantata contro il tredicesimo pilone del tunnel del Pont de l’Alma, a Parigi, si parla di complotti, di servizi segreti, manomissioni, di trame oscure per farla fuori perché lei, in smacco ai Windsor, dopo Carlo aveva scelto un arabo, Dodi Al-Fayed, morto insieme a lei e all’autista del “Ritz”, Henri Paul.

Non è di questo che si occupa Richard Shephered nelle pagine di “Unnatural Causes”, un libro in uscita in questi giorni. Questa volta non si tratta di teorie, ma di scienza: Shepered è uno dei più noti patologi forensi del mondo, chiamato a esaminare le prove di alcuni degli aventi più tragici della storia recente: dagli attentati dell’11 settembre 2001 alle Twin Tower di New York all’omicidio “che cambiò l’Inghilterra”, quello di Stephen Lawrence, un ragazzo di 18 anni di origini giamaicane ucciso il 22 aprile 1993 a Londra per motivi razziali.



Richard Shephered fu chiamato anche a indagare sulle cause della morte della “principessa del popolo” e per 22 anni ha mantenuto il massimo riserbo. Ora, in alcune pagine del suo libro, racconta quei giorni tragici in cui il mondo intero piangeva Diana e pretendeva risposte certe.

La morte di Lady D poteva essere evitata, assicura Shepered, se solo la principessa avesse indossato la cintura di sicurezza: “Quasi certamente sarebbe riapparsa in pubblico pochi giorni dopo, magari piena di lividi ed ematomi, qualche ingessatura e un paio di costole incrinate. La ferita riportata dalla principessa era una delle più insolite che abbia visto nella mia carriera: una lesione piccola, ma nel punto sbagliato”. Qualche parola anche su una delle prime polemiche scoppiate 22 anni fa sulla scarsa rapidità del trasporto in ambulanza che forse avrebbe potuto salvarle la vita: “Dopo l’incidente Diana era perfettamente cosciente. L’impatto aveva rotto una piccolissima vena all’interno dei polmoni e questo aveva causato un’emorragia interna che alla fine si è rivelata fatale. E a nulla servì l’intervento chirurgico d’urgenza all’ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi”.

Una morte che fu uno shock anche per lui, come per milioni di persone, malgrado alla morte uno come Shephered dovrebbe essere abituato. “Non ci abitua mai, questa è la verità: quando arrivano duecento corpi smembrati è difficile restare impassibili. È inevitabile che la carriera abbia avuto effetti profondi e traumatici sulla mia salute mentale: sono abituato alla morte, ci ho a che fare da 35 anni, ma arriva un momento in cui si supera il limite. Credo di aver condotto più di 23.000 esami post-mortem, molti dei quali rappresentati dalle più grandi tragedie degli ultimi decenni”.



I suoi ricordi sono drammatici, inquietanti, un film dell’orrore vissuto in prima persona. “Ogni volta che vedo un cubetto di ghiaccio mi tornano in mente i morti dell’attentato di Bali del 2002, quando non c’era refrigerazione per i 202 cadaveri ammassati in attesa dell’autopsia. Il mio primo incarico fu il massacro di Hungeford del 1987, quando l’antiquario Michael Robert Ryan uccise 16 persone prima di togliersi la vita. Eppure voglio chiarire una cosa: gli esami post-mortem non sono atti brutali, si tratta di interventi chirurgici molto complessi che hanno come punto focale la ricerca della verità, ma c’è il massimo rispetto, nessuno dopo l’autopsia è in condizioni peggiori di quando era entrato”.

La domanda più ricorrente dei parenti, ammette il dottor Shepered, è sapere se le vittime hanno sofferto: “Dico sempre la verità, perché sono credente e sono convinto che solanto la verità, nel tempo, permette di accettare certi eventi tragici”.

Nel 2016, a sessant’anni, al culmine della carriera, al dottor Richard Shepered viene diagnosticato un forte disturbo da stress post-traumatico: “Temevano tutti che arrivassi al suicidio, ma ho resisttito, malgrado per lunghi periodi avessi il terrore di addormentarmi e sognare sangue e corpi in pezzi. Spesso ho pensato che morire fosse meglio che vivere così: oggi più che mai sono convinto che i medici legali dovrebbero essere sottoposti a debrifing psicologici”.

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