Salvate le api operaie!

| Se si estinguessero gli insetti che impollinano la maggioranza della flora terrestre, l’umanità sopravvivrebbe pochi anni. E se la temperatura terrestre continuasse a crescere con il ritmo attuale, le conseguenze sarebbero drammatiche

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di Marco Belletti

Sembra sia stato Albert Einstein ad affermare “Se le api si estinguessero, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. Un’affermazione davvero apocalittica, ma che probabilmente non si allontana molto dalla realtà. 

Fortemente voluta nel 2018 dalle Nazioni Unite, il 20 maggio è stata la giornata mondiale delle api. Istituita per sottolineare l’importanza degli insetti impollinatori non solo per l’ambiente e il sociale ma anche per gli aspetti economici che guidano le nostre vite, la giornata vuole anche ricordare ciò che da tempo affermano tutti gli scienziati, non soltanto Einstein: quando si estingueranno le api, gli esseri umani non avranno possibilità di sopravvivenza. Già da qualche anno ambientalisti e apicoltori lamentano il fatto che la quantità delle api nel mondo sta drasticamente riducendosi, con evidenti problemi per il ciclo vitale del pianeta. Le previsioni sono chiare: carestie, raccolti azzerati, morie di animali, tracolli economici sono i primi e gravi effetti che dovremo subire. Infatti le api – impollinando piante e fiori permettendo loro di riprodursi – assicurano raccolti e, ovviamente, alla fine anche la sostenibilità economica della nostra società.

Nell’Unione Europea gli ultimi anni sono stati drammatici: il numero degli alveari sarebbe calato circa del 50 per cento, valore che in Italia è meno negativo, intorno al 20-30 per cento. Negli Stati Uniti hanno calcolato che siccome le api contribuiscono da sole alla riproduzione di circa 39 specie vegetali sulle 57 più comuni e remunerative, il danno economico arriverebbe intorno ai 15 miliardi di dollari.

Però, subito dopo aver perso questa o qualsiasi altra cifra, noi umani non ci saremo più a perderne ancora…

Tra le cause dell’estinzione ci sono fattori riconducili alle attività umane. Per esempio l’uso di pesticidi in quanto le sostanze utilizzate per allontanare i parassiti dai raccolti danneggiano anche gli insetti impollinatori, che sono invece essenziali per i raccolti.

Altre cause sono i cambiamenti climatici – l’innalzamento delle temperature altera gli equilibri di flora e fauna, provocandone l’estinzione – e le malattie: anche le api possono ammalarsi a causa dei cambiamenti ambientali. A rimetterci sono sia le popolazioni selvatiche – le cosiddette apoidee, la maggioranza delle api nel mondo – sia gli esemplari destinati alla produzione di miele per l’uomo.

Agricoltori e apicoltori stanno tenendo sotto controllo la salute dell’apis mellifera, molto diffusa in Europa, Asia ed Africa, ormai quasi a rischio d’estinzione. È una specie utilizzata sia per l’impollinazione sia per la produzione di miele e cominciano a essere numerose le proposte di costruire piccole zone utili a preservare la biodiversità all’interno delle città e nei contesti urbani: aree verdi in cui gli insetti impollinatori possano riprodursi e ritrovare equilibrio. Curiosamente, infatti, la presenza di alveari e habitat naturali nelle vicinanze di coltivazioni, di aziende agricole o di semplici insediamenti umani incrementa in modo deciso la produzione di miele, arrivando a picchi dell’80 per cento in più rispetto alla media.

Circa 1 milione e 750 mila cittadini della Baviera – il 18 per cento della popolazione – ha firmato una petizione popolare per salvare le api, richiesta che è stata rapidamente trasformata in legge. E così, entro il 2025, il 20 per cento dei terreni agricoli dovrà soddisfare standard biologici compatibili alla sopravvivenza delle api, valore che salirà al 30 per cento nel 2030. Inoltre, il 10 per cento degli spazi verdi bavarese dovrà presto essere convertito in prato fiorito (per un habitat più idoneo alle api) e i corsi d’acqua dovranno essere salvaguardati da pesticidi e fertilizzanti.

Questa legge di uno dei maggiori Land per popolazione e importanza economica, quasi sicuramente farà da apripista a un provvedimento nazionale. Del resto, negli ultimi dieci anni la Germania ha perso circa il 40 per cento della popolazione di insetti volanti e alcuni studi parlano addirittura del 75 per cento.

Secondo il WWF, la Germania – Paese particolarmente vulnerabile alla perdita di biodiversità, a causa del sistema produttivo e della tecnologia che avrebbero trasformato il paesaggio nei secoli – anticipa di pochi anni quanto succederà nel resto del pianeta. La più grande organizzazione mondiale dedicata alla conservazione della natura ritiene che gli insetti di tutto il mondo potrebbero scomparire in meno di un secolo a causa di cambiamenti climatici e abuso di sostanze chimiche in agricoltura. Con conseguenze devastanti: in uno studio sulla biodiversità, l’ONU valuta che senza insetti impollinatori scomparirebbe quasi tutta la flora, ossia il 75 per cento degli alimenti necessari all’umanità, che ovviamente a sua volta non avrebbe scampo.

Non è la prima volta che sulla Terra si verifica un’estinzione. Circa 252 milioni di anni fa (tra permiano e triassico) il nostro pianeta subì una devastazione così catastrofica e grave – definita dai geologi “The Great Dying” – che provocò la scomparsa del 70 per cento dei vertebrati che terrestri e del 96 per cento delle specie marine. Si estinse anche il trilobite, una specie che era sopravvissuta a due precedenti estinzioni.

Sconfessando precedenti teorie che ritenevano fosse stato un asteroide a causare questa estinzione, le ultime conoscenze scientifiche ritengono sia stata una devastante e lunghissima (oltre due milioni di anni) attività vulcanica che interessò quasi tutta la Siberia. I gas e le polveri emesse avvolsero la Terra per milioni di anni, bloccando l’ingresso della luce solare, riducendo il livello di ozono e provocando intense piogge acide con un forte aumento della temperatura vicino al suolo. Questo innalzamento accelerò il metabolismo gli animali marini, che ebbero bisogno di più ossigeno per vivere: ciò ne causò la scomparsa, facendoli praticamente morire soffocati.

Con elaborazioni al computer che hanno simulato i cambiamenti subiti dalla Terra tra permiano e triassico, si è scoperto che prima delle eruzioni vulcaniche siberiane le temperature e i livelli di ossigeno erano simili a quelli di oggi e che con l’aumento dei gas serra aumentarono di circa 11 gradi Celsius. Questo portò a un drastico calo dell’ossigeno: del 76 per cento nell’atmosfera e circa del 40 per cento negli oceani. Tutti gli animali scapparono dai loro habitat abituali cercando luoghi migliori dove vivere, ma senza nessuna possibilità.

Secondo gli scienziati, la situazione attuale – sebbene per cause differenti – è molto simile: dal 1880 la temperatura della Terra è aumentata di quasi un grado centigrado e quasi il 70 per cento di questa crescita è avvenuta negli ultimi 40 anni. Gli studiosi ritengono che entro il 2300 la temperatura degli oceani crescerà fino al 50 per cento di quella raggiunta nel tardo permiano con conseguenze devastanti. E per alcuni scienziati un’estinzione ancora peggiore di quella avvenuta oltre 250 milioni di anni è già iniziata – a cominciare dalle api – ed è troppo tardi per scongiurarla.

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