2050, le città formicaio

| Nei prossimi 30 anni le maggiori metropoli del pianeta saliranno a 60 milioni di abitanti. Una situazione limite che con ogni probabilità porterà al collasso il nostro sistema

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di Marco Belletti

Nel suo romanzo “Condominium”, il celebre scrittore inglese John Ballard racconta la storia dei circa 2 mila abitanti di un grattacielo che in breve tempo regrediscono allo stato animalesco a causa di un blackout che provoca incomprensioni e liti tra vicini. L’uomo, per Ballard, nel corso della sua evoluzione ha imparato grazie al raziocinio a dominare i propri impulsi, ma più questi vengono tenuti a freno, più si corre il rischio che esplodano senza preavviso al verificarsi di particolari condizioni, annullando in un solo colpo tutte le conquiste tecnologiche e sociali.

Ovviamente il responsabile della perdita di controllo non è un solo elemento, ma una serie di cause che portano all’esasperazione, come per esempio litigi e rivalità per lungo tempo soffocate tra gli abitanti del grattacielo: e sarà sufficiente un solo banale evento come un blackout a provocare la deflagrazione. Dopo una prima fase dominata dal panico, l’assenza della corrente elettrica è il pretesto per dare sfogo a impulsi a lungo repressi, con atteggiamenti irragionevoli e violenti, fino all’omicidio e al cannibalismo.

Il romanzo di Ballard risale al 1975 e forse era piuttosto visionario per l’epoca ma oggi le previsioni di Ballard potrebbero essere quanto mai veritiere, anche da quanto emerge dall’annuale rapporto sulla popolazione mondiale redatto dalle Nazioni Unite secondo il quale fra trent’anni due terzi degli abitanti del nostro pianeta vivrà nelle grandi città.

Molto probabilmente, nel 2050 la quasi totalità degli abitanti nelle campagne si sarà trasferita in massa nelle metropoli, con un forte rischio di tracollo. Inoltre, il rapporto conferma che quell’anno sarà il più popoloso nella storia del nostro pianeta, per poi iniziare una lenta ma costante discesa. Ed ecco che lo scenario immaginato da Ballard non è più da considerare semplice speculazione fantascientifica ma qualcosa di molto vicino a una previsione azzeccata.

Il rapporto delle Nazione Unite approfondisce l’analisi affermando che molte metropoli delle nazioni più popolate come Cina, Brasile o India sono già quasi al tracollo. Al momento è Tokyo l’agglomerato urbano più popoloso al mondo, con alcuni calcoli che indicano in circa 62 milioni i suoi abitanti: un cifra pazzesca, pari all’intera popolazione dell’Italia e alla metà di tutti i giapponesi. Alle sue spalle città come Delhi, Shanghai, Città del Messico e San Paolo del Brasile - tutte abbondantemente sopra i 20 milioni di abitanti, se non si calcola chi vive nei loro hinterland - seguite dal Cairo, Mumbai, Pechino e Dacca.

Le Nazioni Unite stimano che nel 2028 l’indiana Delhi supererà Tokyo per abitanti, e che anche le numerose megalopoli cinesi cresceranno, pur se meno velocemente. Il numero di queste enormi città è destinato a crescere: nel 1990 erano dieci le megalopoli con oltre 10 milioni di abitanti, oggi sono 33 e saranno 43 nel 2030, molte delle quali in Paesi in via di sviluppo. Oggi il 55% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e questa percentuale aumenterà fino al 68% entro il 2050 in India, Cina e Nigeria. Per contro, per quanto riguarda altre zone, l’indagine mette in evidenza che la tendenza è esattamente opposta: in alcune città - come la giapponese Nagasaki o la coreana Busan - già dal 2000 la popolazione è in forte calo e la stessa dinamica, pur se con meno evidenza, sta accadendo in Europa, come per esempio a Varsavia, Bucarest, Mosca e Kiev, che negli ultimi anni hanno visto continuamente diminuire la loro popolazione.

Previsioni a medio-lungo termine come quelle del rapporto ONU non sono mai semplici da fare, molto più facile invece è ipotizzare che super-megalopoli con 50 e oltre milioni di abitanti (magari stipati in mega-grattacieli e quartieri fatiscenti a poca distanza gli uni dagli altri) oltre a essere dei veri e propri formicai, saranno anche difficilmente governabili: ecco quindi che un banale blackout può davvero provocare reazioni irreparabili.

Tornando al romanzo, Ballard lo conclude affermando che la violenza è soltanto una fase verso una nuova normalità. Infatti, raggiunto l’apice, è destinata a scemare e permetterà alle persone di tornare a una quotidianità con regole diverse da quelle pre-esistenti. Nella vita reale guerre civili per un pasto o per un posto dove dormire tranquilli in questo futuro post-apocalittico non sono così difficili da immaginare. Buona fortuna a tutti.

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