E la chiamano democrazia

| L’anaciclosi è una teoria sviluppata oltre 2000 anni fa dallo storico Polibio (Aristotele e Machiavelli la pensavano in modo simile) secondo la quale in ogni nazione si susseguono sei tipi di governo, uno peggiore dell’altro: l’ultimo è…

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di Marco Belletti

Polibio è uno dei più famosi storici dell’antichità: greco di nascita, visse nel II secolo avanti Cristo e nel suo testo principale (“Storie”) studiò la nascita e l’espansione di Roma raccontando numerosi dettagli sulla repubblica e sui suoi sviluppi. È stato il primo a concepire la storia come una maestra da cui imparare per non commettere gli stessi errori degli antenati, errori che sono riferiti dagli storici.

Oltre a inventare un ingegnoso sistema per trasmettere informazioni – utilizzando cinque fiaccole grazie alle quali far comprendere al destinatario intere frasi riportando le parole lettera per lettera, secondo uno schema prefissato – Polibio fu il primo che parlò di “anaciclosi”, una teoria da lui formulata sull’evoluzione ciclica dei regimi politici, destinati inevitabilmente a degenerarsi. Secondo lo storico i governi si succederebbero nel tempo per poi tornare all’inizio e ricominciare dal primo. 

Polibio identificò tre regimi fondamentali, sdoppiandoli ognuno in due forme di governo – una positiva, l’altra negativa – che si succedono senza fine dalla migliore alla peggiore per poi iniziare nuovamente il ciclo.

Ogni stato, secondo Polibio, comincia la sua storia con una monarchia sotto la guida di un re autorevole e saggio, che agisce nell’interesse e a difesa dei sudditi. Quando il re muore, il potere passa ai figli che abusano dell’autorità per i propri interessi e la monarchia degenera in tirannide. A questo punto, alcuni degli uomini più influenti e potenti dello Stato (gli άριστοι, aristoi cioè i migliori) si ribellano agli abusi del tiranno, lo rovesciano e instaurano un regime aristocratico.

Esattamente come è avvenuto per i principi diventati re, anche gli eredi degli aristocratici presto o tardi abusano del potere provocando la caduta dell’aristocrazia e la nascita dell’oligarchia (ὀλίγοι, oligoi cioè pochi ma non migliori) che a loro volta saranno deposti dal popolo – di solito in modo molto cruento – che instaurerà la democrazia. Quando quest’ultima forma di governo inizia a emanare leggi confuse per il solo interesse delle masse, si trasforma in oclocrazia (ὄχλος, óchlos cioè moltitudine). In questa fase il popolo è danneggiato dalla corruzione, sviluppa un forte senso di rancore verso il governo e crede più facilmente nel populismo sollevato dai sobillatori: lo stato precipita inevitabilmente nel caos da cui riemerge solo quando un demagogo più forte degli altri instaura un potere dittatoriale e riporta la nazione alla monarchia.

Una visione della politica che – fatte le dovute proporzioni – può essere riproposta ai giorni nostri, quanto mai moderna e attuale: siamo convinti di vivere in una democrazia e invece siamo passati all’oclocrazia senza neppure accorgercene.

In realtà l’idea di Polibio del cambiamento dei governi non era un novità assoluta, in quanto già Aristotele un paio di secoli prima nel suo “La politica” aveva affrontato il tema, così come aveva fatto Platone in precedenza. Anche secondo Aristotele, ogni forma di governo è destinata a degenerare e a trasformarsi nella successiva: dalla monarchia all’aristocrazia e quini alla πολιτεία (politeia), come il grande filosofo greco chiama la versione virtuosa del governo del popolo.

Nella Politica sono indicate tre forme di governo giuste e tre sbagliate: le prime sono quelle in cui una sola persona, in pochi o in molti esercitano il potere per il comune interesse. Quelle sbagliate quando un singolo, alcuni o tanti lo fanno per il loro interesse privato.

In pratica, spiega Aristotele, abbiamo il regno e la tirannia, l’aristocrazia e l’oligarchia, la politeia e la democrazia: quest’ultima è fortemente negativa perché non ha l’obiettivo di raggiungere il bene di tutti.

Per il filosofo ateniese, l’unica nazione che non ha seguito questa successione è Sparta, da sempre fedele alla forma di governo istituita da Licurgo e che contiene una sintesi di elementi delle varie modalità di potere. E secondo Polibio anche Roma non sarebbe degenerata dal suo buon governo basato sull’equilibrio delle tre forme politiche positive: il consolato (che rappresenta la monarchia), il senato (l’aristocrazia) e i tribuni della plebe (la democrazia). In una sorta di nemesi la storia racconta quanto il buon Polibio sia stato lontano dalla realtà futura dell’impero romano…

L’anaciclosi ritrovò consensi nel Rinascimento quando Niccolò Machiavelli fece sua la teoria e la adeguò ai tempi, riducendo da tre a due i differenti tipi di governo e introducendo il concetto che tutte le nazioni sono state, o sono, repubbliche o principati.

Per lo storico e filosofo fiorentino, il principato corrisponde al regno aristotelico o di Polibio, mentre nella repubblica sono comprese sia l’aristocrazia sia la politeia. In pratica, le nazioni possono essere governate da una o da più persone senza distinguere se i “più” sono pochi o molti.

Machiavelli si allontana dall’anaciclosi di Polibio in quanto non ritiene possibile che la sequenza si ripeta all’infinito, in considerazione della fragilità degli organismi politici e del fatto che è poco probabile che una nazione si trovi nella condizione di poter ricominciare il ciclo: è più logico ipotizzare che venga attaccata da stati vicini, il che significa la fine della sua autonomia.

Inoltre, a causa della natura degli uomini, tutte le forme di governo alla fine risultano malvage: le positive perché di breve durata, le negative in quanto tali. Ma siccome gli esseri umani hanno la capacità di ricavare insegnamenti dalle dinamiche della storia, la conoscenza di quanto è avvenuto (e la comprensione del perché) consente al politico e allo storico di prevedere quanto sta per succedere ed evitarlo, se non è auspicabile.

Rileggere in chiave moderna Aristotele, Polibio e Machiavelli potrebbe aiutare chi governa a farlo in modo più attento e ad avere una visione strategica, anche se probabilmente l’unica lezione che l’umanità è in grado di cogliere dalla storia è che non si impara niente. Sono pochi i governanti che sanno cogliere i segnali e adeguarli ai tempi: le scorrerie dei popoli del mare subite da reggenti greci e faraoni egizi sembrano – all’imperatore romano che deve fronteggiare le invasioni barbariche – un problema diverso dal suo, così come al signorotto medievale che deve sopportare le devastazioni saracene, al re francese che affronta la rivoluzione, al politico populista che urla contro chi affronta il Mediterraneo per scappare da guerre e violenze.

Certo, l’umanità non ha mai dovuto affrontare gli effetti combinati di sovrappopolazione e migrazioni, riscaldamento globale e desertificazione, elevati livelli di inquinamento ed estinzioni di massa, ma se fossimo in grado di leggere il passato forse le risposte per affrontare i problemi di oggi li troveremmo. Purtroppo viviamo su un pianeta dominato da politici talvolta vergognosi, da “principi” che a Machiavelli sarebbe piaciuto molto analizzare: Putin, Kim Jong-un, Erdogan, Trump… sembrerebbe proprio che il nostro destino sia segnato.

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