I regimi dittatoriali hanno ancora un fascino?

| Il filosofo Jonathan Wolff si domanda, in un articolo su Aeon, se i governi totalitari - che promettono al popolo rinnovamenti radicali grazie a un potere supremo – siano un segnale di pericolo per una rinascita dei sistemi fascisti

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Di Marco Belletti
Non sussiste alcun dubbio sul fatto che viviamo un’epoca particolare in cui molti leader politici sono certi di essere stati eletti per realizzare la volontà del popolo. Sono convinti che nessuno deve osare frapporsi tra loro e il potere, né opposizione politica, né giudici, neppure i media o i semplici cittadini. E se da un lato questi leader autoritari sminuiscono quelli che difendono il diritto alla libertà e all’opposizione denigrandoli, dall’altro attaccano per distruggere i vulnerabili, come per esempio gli immigrati o i rifugiati, le minoranze e in generale chi vive ai margini della società.

La deriva appare ormai evidente e forse ora è troppo tardi per invertire il corso della storia, con tanta gente che continua a non intervenire, magari anche solo evitando di presentarsi alle urne per esprimere il proprio parare elettorale. 

Alcuni storici sono ormai convinti che l’attuale situazione ha numerosi paralleli con l’ascesa dei governi totalitari negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, mentre altri commentatori sono d’accordo sul fatto che la democrazia è minacciata, ma ritengono che le minacce sono differenti da quelle di circa un secolo fa.

Jonathan Wolff è un filosofo e professore accademico di “Valori e politiche pubbliche” al Wolfson College dell’università di Oxford, autore di numerosi libri, l’ultimo dei quali risale al 2018 ed è intitolato “An Introduction to Moral Philosophy”.

Secondo il docente entrambe queste affermazioni sono corrette ma se è necessario essere attenti alle nuove minacce, è fondamentale non trascurare le vecchie, sempre pronte a ripresentarsi.

In un recente articolo pubblicato dalla rivista online Aeon, Wolff ricorda che l’autore austriaco di origine ebraica Stefan Zweig nei suoi tasti raccontava un quadro di normalità fino a quando – all’improvviso nel 1933 – non vede bruciare i suoi libri nelle città universitarie di tutta la Germania. Ma al tempo stesso, Wolff spiega che è sbagliato pensare di prevedere come si evolverà la situazione: chi è riuscito a prevedere dove siamo finiti oggi? “Siamo in un periodo di transizione, ma una transizione verso che cosa? Nessuno ne ha la minima idea” scriveva nel 1934 la filosofa francese, anche lei di origini ebraiche, Simone Weil.

Wolff è convinto che le istituzioni liberaldemocratiche che abbiamo ai nostri tempi esistono solo finché la gente crede in loro. Quando questa convinzione sparisce, il cambiamento può essere rapido ed è importante diffidare dei leader che cavalcano l’ondata di nazionalismo. È fondamentale sospettare della democrazia che si impossessa della volontà del popolo e ne fa una bandiera. Nella Germania degli anni Venti il popolo aveva fame ed era senza lavoro, oggi non è la disoccupazione di massa che può spingerci verso nuovi regimi totalitari, siamo probabilmente molto vicini a quanto osservava la filosofa tedesca (anche lei di origini ebraiche) Hannah Arendt, nel 1951. L’umanità si è divisa tra chi crede nell’onnipotenza umana e chi invece non può fare altro che accettare l’impotenza come unica esperienza di vita. Ma l’impotenza può portare a un forte sostegno verso chi sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda e questo è quanto successo negli anni Trenta. Subito dopo l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, la giornalista irlandese Emily Lorimer pubblica “What Hitler Wants”, un libro che in cui è facile trovare molte analogie tra la situazione di allora e quella attuale. Lorimer si accorge che la traduzione in inglese di “Mein Kampf” (il libro pubblicato da Adolf Hitler nel 1925) è stata censurata, per esempio per quanto riguarda i piani molto dettagliati del Führer per invadere il Regno Unito. Siccome all’epoca (come del resto oggi) pochi inglesi erano in grado di leggere il tedesco, la scrittrice prepara un riassunto in inglese con gli elementi fondamentali del libro, suggerendo che fossero tre quelli chiave che guidano i piani di Hitler, esplicitandoli in modo che tutti potessero rendersene conto. Innanzitutto la preoccupazione per i diritti dei lavoratori, quindi il desiderio di creare uno stato puramente tedesco e infine l’opposizione violenta alla socialdemocrazia.

I diritti dei lavoratori sono sicuramente l’elemento mancante nell’odierna ideologia dell’estrema destra. Il primo fascismo italiano si stacca dal socialismo per motivi di nazionalismo, ma Mussolini prima di essere eletto propone il voto alle donne abbassando l’età ai 18 anni, la giornata lavorativa di otto ore, la partecipazione dei lavoratori alla gestione industriale, un’imposta progressiva sul capitale e la parziale confisca dei profitti di guerra. Sono questi i motivi per cui la gente lo votò, più che il nazionalismo estremo e l’espansionismo estremo.

E Hitler non era da meno, con numerosi punti del manifesto per il partito nazista del 1920 dedicati ai diritti dei lavoratori: abolizione dei redditi non derivanti dal lavoro, ripartizione dei profitti nelle grandi industrie, aumenti delle pensioni di vecchiaia…

Andando oltre, Wolff analizza come nella letteratura fascista e nazista si ripete un linguaggio razzista fatto di nemici, di traditori, di parassiti e stranieri, con metafore che utilizzano maiali, cani, ratti e scarafaggi per definire gli avversari da annientare dopo averli resi totalmente invisi e spregevoli agli elettori. Il filosofo inglese mette in evidenza come la campagna pro Brexit abbia rivendicato il monopolio dei valori britannici con elementi apertamente razzisti: anche parte dei parlamentari e della stampa si sono uniti all’ostilità verso immigrati e residenti stranieri, con espressioni spesso denigratorie e offensive.

Quindi, è così netta la distinzione tra nazionalismo “cattivo” e progressismo “buono”? Il nazionalismo cattivo – secondo il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre – è “una fedeltà insensata alla propria nazione” mentre il buon nazionalismo (che MacIntyre chiama patriottismo) consiste nel valorizzare le conquiste e i meriti del proprio Paese, proprio perché tali e perché sono nostri. Siamo orgogliosi delle conquiste della nostra nazione, riconoscendo che altre possono esserlo delle loro, senza escludere o demonizzare gli stranieri.

Per Wolff un nazionalismo accettabile dovrebbe essere moderato dal liberalismo, dovrebbe essere tenuto a freno dalla democrazia che sostiene fortemente i diritti delle minoranze. Non dovremmo mai accettare argomentazioni secondo le quali istituzioni intermedie di governo e società civile ostacolano la volontà del popolo, al contrario, dovrebbero essere sostenute e rafforzate.

Questa è – secondo il filosofo – la nostra migliore possibilità di tenerci lontani dai “cattivi” nazionalismi. Sperando non sia già troppo tardi.

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