Il ricordo del nostro passato animalesco

| Sono molte le creature leggendarie, parti integranti della cultura umana, che sono entrate nell’immaginario collettivo. Dallo yeti al sasquatch, da Ebu Gogo allo yowie: tutte proiezioni per rappresentare le nostre radici primordiali

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Di Marco Belletti
Le “almas” erano persone molto forti, pelose, che giravano nude nel Caucaso e di cui si parla già a partire dal Quattrocento. Le storie su questi esseri raccontano che normalmente erano uccisi, qualche volta addomesticati e addirittura in un caso ci fu un matrimonio con una donna. Ogni parte del mondo ha il suo mostro: scendendo verso sud e salendo le pendici dell’Himalaya, con molta fortuna si potrebbe incontrare lo “yeti”, il cosiddetto abominevole uomo delle nevi che tanti alpinisti sembra abbia terrorizzato. Gli uomini del sogno in Australia hanno lo “yowie”, chi frequenta le paludose Everglades della Florida può incontrare la scimmia “skunk” (puzzola), gli abitanti dell’Indonesia hanno il farfugliante, minuscolo “Ebu Gogo”, il cui nome significa la nonna che mangia qualsiasi cosa. Nelle foreste di sequoia nell’America del nord ovest dovrebbe vagare il “sasquatch” o bigfoot, che contende allo yeti il titolo di cripto-primate più famoso al mondo.

La quasi totalità degli scienziati che studiano i primati sono naturalmente concordi nel non ritenere che possa esistere una grande scimmia che scorrazza negli Stati Uniti senza che sia mai stata catturata, anche se qualcuno con una buona dose di fantasia ha affermato che potrebbero essere eredi sperduti di australopitechi e uomini di Neandertal. Tuttavia, la fantasia non fa loro spiegare come sono arrivati sulle montagne rocciose…

Reali o meno che siano tutti questi strani animali, perché la gente crede (e a volte desidera) che esistano? Come è possibile che ormai entrati da anni nel terzo millennio ci sia ancora qualcuno che è convinto di vedere il sasquatch, lo yeti o lo yowie dai versi disumani?

Ed Simon, redattore del sito letterario “The Millions”, ha pubblicato un articolo che tenta di rispondere a queste domande su “Aeon”, la rivista digitale che pubblica articoli provocatori su scienza, filosofia, società e arte.

Per Simon è probabilmente Enkidu – protagonista dell’epopea sumera di Gilgamesh – il primo uomo selvaggio nella storia dell’umanità. Sia animale sia uomo, è il prototipo preumano non del tutto selvatico ma neppure addomesticato e sarà la dea Shamhat a domarlo con sesso e birra. È l’uomo bestia “liminale”, cioè - come spiegano gli psicologi - a cavallo della soglia tra coscienza e percezione.

Enkidu rappresenta le nostre radici primordiali nella natura e sta a significare che gli umani sono animali, e la sua battaglia contro Gilgamesh incarna la lotta della civiltà che emerge dalla natura selvaggia, mettendo in evidenza quanto possa essere minima la differenza. Durante l’infanzia della nostra civiltà - prosegue Simon - il messaggio di questa storia deve essere stato molto forte, in un mondo in cui si viveva di caccia e raccolta di frutta e verdura e la memoria culturale dello stato bestiale precedente non era poi così lontana.

A questa prima allegoria di uomo selvaggio ne sono seguite molte altre in tutte le civiltà. I racconti biblici parlano dell’irsuto “Esaù”, rosso e peloso, fratello gemello di Giacobbe. Ci sono i “nefilim”, un popolo presente sulla Terra ai tempi in cui i figli del vero Dio (gli angeli) si mescolarono con le figlie degli uomini. Anche nell’antica Grecia non mancano uomini selvaggi, con storie di satiri e fauni: “Pan” potrebbe essere una sorta di sasquatch, più vicino alle capre che alle scimmie. Il medioevo ha interpretato queste leggende con fate, fiere feroci, omini verdi: anche questi sono chiari esempi, secondo Simon, del passaggio alla cultura dalle nostre origini animaliste.

L’esistenza (almeno nei nostri miti) del sasquatch è in parte “spiegata” dal nobile selvaggio narrato da Jean-Jacques Rousseau, rappresentazione umana nella perfezione di una natura incontaminata. Entrambi ricordano la semplicità della vita prima che la civiltà ci corrompesse, dell’era prima delle leggi, dell’industria, del commercio, della guerra… Ma mentre il nobile selvaggio ha un’aria pastorale e quindi rasserenante, il sasquatch è inquietante, riflesso distorto della natura primordiale.

Lo storico Brian Regal, nel suo libro “Searching for sasquatch” del 2011, afferma che questi mostri scimmieschi sono inquietantemente simili a noi, abitano da millenni le parti oscure della psiche umana, così come le foreste. L’uomo selvaggio vive in una dimensione pastorale che si ritrova nelle “Egloghe” di Virgilio negli “Epodi” di Orazio, nella poetica di Petrarca e Boccaccio, nei versi di Spenser e Marlowe. Nel “Princeton Handbook of Poetic Terms” - è Simon a parlarne nel suo articolo - la letteratura pastorale è il rapporto dell’uomo con il mondo naturale.

Il fascino del sasquatch risale a questi aspetti della nostra cultura ma al tempo stesso è più inquietante, è l’inversione selvaggia e bestiale della visione classica. C’è un personaggio di Shakespeare che combina la natura selvaggia di una bestia con la struttura “civile” del comportamento umano. È “Calibano”, oscuro rappresentante degli abitanti originari dell’Europa, presentato come un ignobile selvaggio nella Tempesta.

In “The Country and the City” del 1975, Raymond Williams afferma che il sasquatch è il tramite tra il passato dell’umanità e il nostro presente, una sorta di mito pseudo-scientifico secondo il linguaggio della memoria, mentre in “Bigfoot: The Life and Times of a Legend” del 2009, Joshua Buhs spiega che con il sasquatch potrebbe essere possibile entrare in contatto con la nostra anima, i nostri desideri repressi e proibiti, immaginare le nostre origini.

Insomma, conclude Simon, nel sasquatch e nelle altre creature oscure proiettiamo desideri e paure inerenti la natura animale dell’umanità, facendoli diventare la manifestazione di una consapevolezza: la difficile ricerca di che cosa significa essere umani.

Bigfoot, almas, Ebu Gogo, yowie, yeti: che esistano, osservandoci ed evitandoci, o no, sono il ricordo del nostro passato animalesco e i loro archetipi sono quanto di più reale esista, un prodotto concreto della nostra psiche.

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