La falsa illusione della condanna di Derek Chauvin

| Accompagnato da un plauso mondiale senza precedenti, il processo sulla morte di George Floyd ha dato l’illusione di un cambiamento radicale. Ma la strada per l’uguaglianza è ancora lunga, e disseminata di morti

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Gli occhi di tutto il mondo erano puntati sul tribunale della contea di Hennepin, in Minnesota, quando il giudice Peter Cahill ha pronunciato tre volte la parola “guilty”, colpevole.

Il sospiro di sollievo non è stato solo quello dell’America: la raccapricciante scena dell’omicidio di George Floyd per mano delle autorità hanno scatenato una resa dei conti globale sulla razza.

E per un breve momento, la risposta è sembrata a portata di mano: Black Lives Matter, le vite dei neri contano. Ci sarà giustizia e ci sarà pace. L’America ce l’aveva fatta.

I leader di tutto il mondo si sono espressi sulla giustizia degli Stati Uniti in un modo che non ha precedenti: il premier britannico Boris Johnson ha scritto su Twitter di essere stato “sconvolto” dalla morte di Floyd e ha accolto con favore il verdetto, il suo omologo canadese Justin Trudeau ha insistito che la lotta contro il “razzismo sistemico” deve continuare.

Ma lontano dalle telecamere dei notiziari che si sono fissate per oltre tre settimane sul processo di Derek Chauvin, la brutalità delle forze dell’ordine americane ha continuato a pretendere altre vite di gente di colore. A poche miglia dal tribunale di Minneapolis, Daunte Wright è stato colpito e ucciso da una poliziotta convinta di avere in mano un Taser. A Chicago, la polizia ha diffuso un filmato in cui si vede il tredicenne Adam Toledo colpito e ucciso mentre alzava le mani in segno di resa. E solo 30 minuti prima che il verdetto fosse emesso, un poliziotto di Columbus, Ohio, ha sparato quattro colpi alla 16enne Ma'Khia Bryant, uccidendola.

Ma nessuno era scioccato vedendo che il bagno di sangue continuava. L’atto di giustizia per la morte di Floyd aveva fatto piangere la gente per l’incredulità e i politici si sono messi in fila per ringraziare il sacrificio di un uomo nero che implorava di vivere: “Grazie, George, per aver sacrificato la tua vita nel nome della giustizia”, ha detto la presidente della Camera Nancy Pelosi dopo il verdetto.

Ma il nome di Floyd è noto solo perché è stato assassinato in un modo macabro e soprattutto pubblico, rispetto alle migliaia di vittime che lo hanno preceduto. Tra il gennaio 2008 e il 25 maggio 2020, il 65% delle persone contro cui la polizia di Minneapolis ha usato la forza erano neri, secondo un’analisi della CNN. E questo in una città che ha solo il 19% di afroamericani.

E anche la probabilità che Chauvin affrontasse le conseguenze delle sue azioni era estremamente bassa: solo sette agenti sono stati condannati per omicidio dal 2005, secondo un gruppo che tiene traccia dei dati sui crimini della polizia. Il numero esatto di persone uccise dalle forze dell’ordine non è noto, perché non esiste un sistema nazionale di monitoraggio delle vittime. Non c’è nessuna prova tangibile della portata della crisi.

George Floyd avrebbe potuto essere uno dei tanti senza nome e senza numero, ma il suo caso si è distinto in ogni modo. È stato un omicidio di eccezionale portata per la sua brutalità: nove minuti e ventinove secondi di orrenda tortura sotto le ginocchia di un freddo e disinvolto uomo bianco in uniforme, fino alla morte.

La quantità di prove era schiacciante, e mostrata in un modo assai raro. Ogni secondo è stato filmato da più angolazioni, diversi testimoni erano sulla scena e con una mossa decisamente insolita, il capo della polizia di Minneapolis si è rivoltato contro Chauvin, uno dei suoi uomini.

La risposta è stata senza precedenti per portata e scala. Una rivolta di massa ha scosso le città americane, e manifestanti da Sydney a Londra hanno ampliato il movimento per sfidare i sistemi di disuguaglianza che per secoli hanno legato le persone di colore alla società occidentale.

Mentre iniziavano le testimonianze nel processo di Chauvin, la Casa Bianca era sotto pressione a livello internazionale per assicurare un risultato pacifico che non costringesse ancora una volta le capitali di tutto il mondo ad affrontare gli sfoghi di frustrazione delle loro stesse comunità di colore emarginate. Il presidente Joe Biden ha seguito il processo da vicino, timoroso di un verdetto controverso che potesse minare la stabilità e la sicurezza dell’America. La sua preoccupazione era così profonda che ha cautamente commentato il processo prima che il verdetto fosse emesso, quasi una rottura del giuramento costituzionale che impedisce ai presidenti di interferire sull’indipendenza della macchina giudiziaria.

Alla notizia che Chauvin era colpevole per tutti e tre i capi d’accusa, migliaia di persone si sono riunite davanti al “Cup Foods” di Minneapolis, dove Floyd è morto, applaudendo e battendo le mani. Ma gli attivisti temono già il prossimo capitolo: temono che il verdetto possa essere usato come prova che il sistema penale americano funziona perché ha messo Chauvin dietro le sbarre.

“Dobbiamo capire che la marcia non è finita. Dovremo farlo per tutta la vita - ha detto Philonise Floyd, fratello di George, dopo il verdetto di Chauvin - dobbiamo protestare perché sembra che questo sia un ciclo senza fine. Non sto più combattendo solo per George, ma per tutti i neri del mondo”.

Il verdetto non metterà a tacere il dolore delle comunità di colore, è stato solo un sospiro di sollievo momentaneo. La vita dei neri è ancora troppo a buon mercato in America, nel Regno Unito, in Francia e in ogni paese bianco che abbia un’eredità di colonialismo, schiavitù e oppressione.

Il razzismo non è stato sradicato, ha fondamenta molto solide, e un poliziotto condannato per omicidio non basterà mai a fare la differenza.

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