La nuova inutilità dei vecchi malati e improduttivi

| Superata la mortalità infantile, nell’antichità la durata media della vita era equiparabile a quella odierna. Ma rispetto a oggi, erano molte meno le persone che invecchiavano. L’aumento degli anziani sta creando inedite tensioni sociali

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Di Marco Belletti
Michelangelo Buonarroti è vissuto fino a 88 anni, Ippocrate di Kos ha raggiunto gli 83 e Livia – la moglie di Augusto, il primo imperatore di Roma – sopravvive al marito e muore nel 29 dopo Cristo, a 86 anni. Plinio il vecchio – che morirà a 56 anni in seguito all’eruzione del Vesuvio che distrugge Pompei ed Ercolano nel 79 d.C. – dedica un capitolo della sua “Naturalis Historia” alle persone longeve, parlando di Terenzia (la moglie di Cicerone) vissuta fino a 103 anni, dell’attrice Lucceia che va in scena quando ne ha già 100 e di Clodia, madre di 14 figli che sembra sia morta alla veneranda età di 115 anni.

Certo, quelle citate da Plinio sono eccezioni, ma non è vero che 2mila anni fa la durata della vita fosse inferiore a quella di oggi. Walter Scheidel, docente della “Stanford University” e storico specializzato in demografia dell’epoca romana, afferma che negli anni la durata dell’esistenza terrena non è cambiata di molto in confronto all’aspettativa di vita, che è una semplice statistica. In pratica, oggi molta più gente arriva – e magari supera – il traguardo massimo, ma il limite non è stato portato più avanti, più o meno è sempre la stessa età.

L’aspettativa di vita nell’ultimo secolo si è spostata in tutto il mondo parecchio in avanti, tanto che chi è nato nel 1960 poteva aspettarsi di vivere in media – compresa la mortalità infantile – fino a 52 anni, mentre i nati nel 2019 potranno sperare in oltre 72 anni. Un bel balzo, non c’è che dire, ma non bisogna fare confusione tra l’aumentata sopravvivenza media e la naturale durata della vita umana. Nell’antica Roma era sufficiente superare gli anni dell’infanzia senza contrarre una malattia mortale (quasi tutte, in realtà…) e in seguito evitare gli incidenti, le guerre, un atto di violenza o un avvelenamento per poter vivere né più né meno quanto oggi.

Secondo alcuni calcoli, chi tra il 1200 e il 1750 riusciva a superare i 21 anni, raggiungeva in media un’età tra i 62 e i 70 anni, con la sola eccezione del Trecento, quando a causa della peste che imperversò in Europa l’attesa di vita media calò a 45 anni.

Secondo alcuni studi genetici pubblicati da “Scientific Reports”, la durata della vita dei vertebrati varia notevolmente, in funzione di come cambia il DNA della specie: il mammut lanoso probabilmente viveva circa 60 anni (molto vicini ai 65 dell’attuale elefante), le balene della Groenlandia hanno un’aspettativa di vita superiore ai due secoli e mezzo, il ghiozzo pigmeo – un piccolo pesce – vive solo otto settimane, mentre sono stati trovati esemplari di squali della Groenlandia vissuti per oltre 400 anni. Secondo alcune stime, la tartaruga gigante estinta dell’isola di Pinta ha avuto una vita media di 120 anni.

Alcuni studi antropologici mettono in evidenza che gli uomini di Neanderthal e di Denisova (separatisi e diventati specie distinte intorno a 300 mila anni fa e vissuti fino a circa 40 mila anni fa) hanno avuto una durata massima di vita di poco inferiore ai 38 anni. Sulla base del nostro DNA, gli stessi studi decretano che la durata della vita naturale nell’uomo moderno è la stessa, tuttavia gli esseri umani odierni possono usufruire dei progressi nella medicina e di stili di vita più adeguati che allontanano sensibilmente il momento della morte.

In passato, invecchiare è sempre stato un bel privilegio e chi raggiungeva la terza età – che da qualche anno è stata spostata oltre i 75 anni – veniva in un certo senso protetto. E pur avendo perso prestanza fisica e forza (alla base del mantenimento del potere in numerose specie animali) era considerato saggio, pieno di buon senso e assennato. Oggi purtroppo non è più così: con la demenza e l’Alzheimer, diventate malattie assai comuni, il peso sociale degli anziani è praticamente nullo. A parte nei casi in cui esiste un preciso tornaconto economico o commerciale, le esigenze dei vecchi vengono sacrificate in favore dei giovani.

In un Paese civile e “democratico” come la Svizzera, questo aspetto negativo è diventato particolarmente evidente da quando l’accademia delle scienze mediche e la società di medicina intensiva – alle prese con la pandemia di COVID-19 – hanno redatto una direttiva dal titolo “Triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse”. Nel documento si precisa che, in caso di mancanza di letti nelle terapie intensive, non bisogna sottoporre a nessuna rianimazione cardiopolmonare le persone di 85 anni, limite che scende a 75 se si è colpiti da cirrosi epatica, insufficienza renale cronica e insufficienza cardiaca con sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi. Inoltre, le cure sono proibite anche ai pazienti di terza età con demenze gravi.

Il ragionamento alla base delle decisioni di quello che può essere paragonato al nostro Consiglio Superiore di Sanità è chiaro e inoppugnabile: è stato mutuato dalla medicina militare, che assegna la priorità delle cure in tempi particolarmente difficili, come per esempio una guerra. Dopo una battaglia con numerosi feriti, i medici dividono chi ha bisogno di cure: da un lato chi può essere salvato grazie alle risorse disponibili, dall’altro chi invece è spacciato e lasciato al proprio destino.

Oltre a questa logica, se ne aggiunge un’altra altrettanto inoppugnabile: le categorie poco numerose possono essere salvate più facilmente in quanto l’investimento di tempo e denaro è minore e il “ritorno commerciale” è maggiore. I generali degli eserciti sono pochi e anche se vengono feriti gravemente, ha senso provare a salvarli a tutti i costi. Al contrario, i soldati – semplice carne da macello – sono troppi ed è più opportuno smettere di occuparsene.

Un tempo gli anziani erano pochi e avevano un peso sociale fondamentale, oggi sono troppi e meno importanti, ed è logico ragionare come i medici svizzeri… Inoltre, il fatto che molte più persone rispetto al passato raggiungano un’età avanzata, aumenta in maniera esponenziale la possibilità che abbiano malattie croniche che inficiano fortemente la qualità della vita, da curare in modo continuativo. Oggi per gli anziani la demenza e l’Alzheimer sono quasi una certezza, ma solo perché molta più gente raggiunge l’età in cui se ne soffre, attivando un circolo vizioso da cui non sembra possibile uscire. Da un lato la moderna società occidentale vede gli anziani come un ostacolo e un impedimento in quanto, dopo aver monopolizzato il mondo del lavoro e le ricchezze che ne derivano, non lasciano spazio ai più giovani. Dall’altro i “vecchi” sono sempre più di difficile gestione.

La decisione svizzera potrebbe avere sdoganato un nuovo scenario: l’inutilità degli anziani, non solo più invitati ma obbligati a togliersi dai piedi, nei letti d’ospedale così come nella vita.

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