Lettera di un un uomo che vuole morire con dignità ma nel nome del Signore

| Dopo la storica decisione della consulta, riprendono le polemiche sul vuoto legislativo di una politica che non sa decidere, stretta com'è da condizionamenti religiosi e dal timore di perdere consensi

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Ospitiamo la lettera di Mario, malato terminale di tumore, un commento indiretto alla storica decisione della Consulta, in merito alla non punibilità di chi ha aiutato i malati terminali a morire con dignità. La sua prospettiva è quella di un cattolico convinto, che non segue però la "sua" Chiesa nel percorso di chiusura verso l'individuale decisione di affrontare il fine vita. Rispettiamo ovviamente tutte le posizione su questo delicatissimo tema. E non tutti fra noi condividono la scelta di Mario.

La redazione di ISM

Ho la coscienza a posto, lasciatemi andare senza soffire ancora

Ho una settantina d’anni, ho fatto una vita bella e intensa, ricca anche di errori, di dolori consueti e inevitabili ma con tanti splendidi e indimenticabili momenti di gioia e di esaltanti ricordi durante la fase del mio lavoro e della mia vita familiare. I dettagli non sono importanti. E’ stata una vita normale, sobria ma piena di desideri raggiunti ed assaporati sino in fondo. Avrei desiderato declinare verso la morte in modo sereno ma il destino ha voluto altrimenti. Ho un tumore non più curabile e oggi sto aspettando che il cerchio di chiuda. Sono ancora in possesso delle mie piene facoltà mentali, quasi autosufficiente ma ogni giorno che passa la mia autonomia si riduce, con gravi disagi non solo per me ma anche per i miei familiari, stremati dal dovermi assistere. E questo è un altro cruccio. L’idea di accedere al suicidio assistito, affrontato con la coscienza a posto, cioè di avere seguito tutte le linee guida, allo stato della scienza, nel vano tentativo di guarire o di domare la malattia che fa il suo corso, rende la mia decisione ferma e irrevocabile. Ma in Italia morire con dignità, anche all’indomani della storica sentenza della Consulta, non si può. Ci si arrangia con i metodi più svariati e spesso crudeli, per di aggirare l’ostacolo. Malati che si gettano delle finestre, costretti a immolarsi giù dalle trombe delle scale, poiché limitati nei movimenti, oppure ricorrendo all’impiccagione, all’auto soffocamento, i più fortunati con barbiturici e armi da fuoco. E’ giusto tutto questo? Da cattolico convinto non capisco la Chiesa per il suo cupo irrigidimento dogmatico, una Chiesa in cui mi identifico per tutto o quasi nel suo cammino.

Stiamo parlando di donne e uomini che non hanno altra prospettiva di affogare nel dolore e nella sofferenza gli ultimi giorni di vite spesso virtuose ma anche vite qualsiasi di semplice dedizione alla famiglia. Quello che la malattia indica nel su incedere indifferente, sono archi di tempi inesorabilmente segnati da sofferenze indicibili e di degradazione fisica che non va confusa con un percorso espiativo. Espiazione da cosa? Dagli errori commessi, da un viatico da pagare per accedere al paradiso? Insomma, il male vale un premio. No. Oggi le metastasi hanno invaso il mio corpo. Non posso quasi più deglutire, mi sono consentiti alcuni passi dal letto al bagno, dal letto e una poltrona che dà su un bosco da dove sento il frastuono allegro dei passeri. Gli alberi le siepi, il cielo. E’ il mio orizzonte. Il mio desiderio è di addormentarmi - morire è dormire, alla fine - su questo piccolo ma infinito micro cosmo, circondato dai miei affetti. Ecco, la malattia ha un suo significato talvolta, quello di spazzare via la zavorra inutile di finte amicizie, finti affetti, altre finzioni inutili. Ci riporta al vero. Perché dovrei andare in Svizzera, dove il suicidio assistito è consentito, sobbarcandomi un faticoso viaggio verso un mondo sconosciuto, sottraendo pure preziose risorse alla mia famiglia? Perché il parlamento italiano da decenni si rifiuta di prendere posizione. Il mio tempo sta per scadere. Cercherò lo stesso di scegliere il mio fine vita. Lo farò con i barbiturici, in modo autonomo, per non mettere nei guai nessuno, comunque in un clima di clandestinità e paure. E’ giusto? Da cattolico ho aspettato sino all’ultimo istante, non ho lottato come si usa dire oggi, ma ho seguito con convinzione e e scrupolo tutti i protocolli medici. Cosa vuole ancora la Chiesa da me? Che mi decomponga ancora in vita per inseguire il mio ultimo respiro? Mi si lasci andare ancora con un minimo di integrità fisica e mentale. Fate che i miei conservino un ricordo di me e non di una larva piegata da un’inutile sofferenza. Nel nome del Signore, nel suo abbraccio comunque pietoso e pieno d'amore.

(lettera firmata)

 
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