Millennial, questi (un po’ meno) sconosciuti

| Una volta entrati in un mondo del lavoro sempre più difficile, i nati tra il 1980 e il 2000 sembrano un po' meno intransigenti: le scelte sono sempre di rottura rispetto al passato ma sognano il posto fisso e un buon welfare

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di Marco Belletti

Il significato delle parole nel corso degli anni cambia, a volte a causa di nuovi contesti e nuove opportunità in cui possono essere utilizzate, altre volte semplicemente per l’ignoranza di chi le impiega. Per esempio, il termine “coinvolgimento” ha sempre avuto una connotazione negativa, a significare la partecipazione a situazione sgradevoli o pericolose: essere convolti in una rapina o in una lite. La parola ha in seguito assunto una connotazione positiva assumendo anche il significato di attrazione e partecipazione spirituale o pratica: davvero coinvolgente quel film, siamo stati coinvolti nel lavoro del gruppo.

Al secondo caso, dovuto più all’ignoranza che all’uso diffuso, appartiene invece la trasformazione del verbo “scendere” in transitivo. Poter affermare di scendere il cane per i bisogni con la certificazione anche dall’Accademia della Crusca è un po’ come sdoganare “a me mi piace”: in pratica, la filosofia del se non puoi batterli, alleati con loro.

Del resto l’impoverimento delle lingue come loro evoluzione non è una novità. Il greco classico si trasformò nella cosiddetta κοινὴ (koinè, lingua comune) perdendo molte delle sue caratteristiche ma diffondendosi in buona parte del mondo antico. Il latino volgare nacque quando il popolo trovò sempre più difficile ricordare come declinare le parole e preferì semplificare il linguaggio adottando l’ablativo per tutti casi: da qui derivarono le parole italiane, che nel tempo assunsero anche connotazioni positive o negative che non avevano in origine. Il caballus del latino volgare che indicava i ronzini oggi è utilizzato anche per i cavalli di razza mentre il termine equus è rimasto solo in equino o equitazione… Nell’antica Roma captivus era semplicemente il prigioniero mente in italiano (anche attraverso l’espressione “captivus diaboli”, cioè prigioniero del diavolo) ha assunto il significato di malvagio.

Un analogo destino sta incontrando la parola millennial che Pew Research Center (la società statunitense che elabora informazioni su problemi sociali, opinione pubblica e andamenti demografici nel mondo) da sempre utilizza per indicare le persone nate tra il 1981 e il 1996, anche se molti arrotondano tra il 1980 e il 2000: si tratta della prima generazione a essere completamente digitalizzata e ad aver raggiunto l’età adulta nel nuovo millennio. In Italia sono circa 11 milioni.

Ebbene, ultimamente alcuni… dotti giornalisti sportivi hanno usato il termine per definire il diciannovenne calciatore Kean, il primo nato nel 2000 a debuttare nella nostra nazionale di calcio. Vista l’attenzione che l’opinione pubblica rivolge al calcio, molto probabilmente tra non molto la parola millennial indicherà chi sta diventando maggiorenne adesso, soppiantando le corrette generazione Z o centennial. Giusto per essere chiari: probabilmente Moise Kean (nato nel 2000) è uno degli ultimi millennial a debuttare in Nazionale, non il primo! A essere davvero millennial sono – tra i compagni di squadra di Kean – Andrea Barzagli o Cristianio Ronaldo, entrambi più vicini alla pensione atletica che al debutto. O quell’Et’o che debuttò a soli 17 anni nella nazionale del Camerun contro l’Italia: erano i Mondiali del 1996…

E, continuando a essere pignoli, Kean è uno degli ultimi calciatori a essere nati nel secondo millennio, visto che il terzo è iniziato “solamente” nel 2001.

A parte i media sportivi italiani, il mondo intero classifica correttamente i millennial e sono numerose le indagini che ne analizzano i comportamenti – sociologi ed esperti di marketing di tutto il mondo li stanno tenendo d’occhio – in modo da offrire servizi e prodotti adeguati alle loro esigenze in quanto si tratta di una generazione che attribuisce più importanza che in passato al denaro speso in modo eticamente corretto, che vivono con salari ridotti, sono costretti indebitarsi e hanno prospettive di carriera e crescita sociale decisamente ridotte rispetto a chi li ha preceduti.

Le loro limitate disponibilità finanziarie modificano le propensioni alle spese decretando il fallimento di marchi e industrie che sembravano non dovessero affrontare alcun tipo di crisi. Per esempio, negli Stati Uniti sono crollate le vendite delle saponette da bagno perché i consumatori giovani sono sempre più convinti che siano piene di germi, i tovaglioli di carta sono sostituiti dai più economici rotoli di carta da cucina, è crisi profonda per i venditori di motociclette, i golf club e i ristoranti fast food.

CB Insights, società che si occupa di elaborare soluzioni tecnologiche per le imprese, ha studiato i diversi ambiti in cui le scelte dei millennial stanno causando problemi alle aziende, mettendo in evidenza che tuttavia non sempre la “colpa” è loro.

Le vendite dei cereali calate del 17 per cento negli ultimi dieci anni sarebbero motivate sia dalla loro poca praticità di utilizzo, sia dal fatto che oggi sono decisamente più numerose di un tempo le opzioni per fare una colazione con alimenti senza zuccheri in eccesso. Il problema dei cereali quindi non è che i millennial li snobbano, ma che non hanno saputo adeguarsi ai tempi.

Deloitte è una delle prime società al mondo di servizi di consulenza e revisione e svolge numerose attività di reporting sui millennial: una di queste afferma che – rispetto alle altre generazioni – sono il 6,4 per cento meno propensi a spendere nei grandi magazzini, ma non prediligono solo gli acquisti on line. Anzi, sembra che il 50 per cento dei millennial statunitensi continui ad acquistare nei negozi, a patto che abbinino prezzi vantaggiosi con ambienti piacevoli e più a misura d’uomo.

In Italia il gruppo Orienta in collaborazione con Endered – società che operano nel mercato del lavoro – hanno realizzato recentemente un’indagine che ha coinvolto oltre 5 mila millennial: è emerso che prediligono il lavoro intellettuale (il 66,5 per cento), vorrebbero vivere esperienze professionali all’estero (il 77 per cento) e preferirebbero lavorare in una start up piuttosto che in una grande azienda (74 per cento). Inoltre, sono convinti che le competenze siano fondamentali nel lavoro (83 per cento) e danno più valore alla carriera che alla retribuzione (75 per cento). Sempre molto ambito il posto fisso (89 per cento), meglio se in una realtà con politica di welfare che aiutano le famiglie (95 per cento).

Per i millennial l’azienda ideale è quella che valorizza le potenzialità dei dipendenti, facendoli crescere in un contesto meritocratico, e che prevede una serie di benefit come dotazioni tecnologiche, buoni spesa, corsi di formazione, convenzioni con negozi e palestre, assicurazione sanitaria, viaggi…

Molto il valore attribuito al welfare aziendale, con preferenze per le aziende che forniscono servizi per aiutare le famiglie giovani: rimborsi per asili nido e baby sitter, permessi per paternità e maternità, bonus spesa specifici, convenzioni con negozi per l’infanzia.

Questi dati mettono in evidenza come sono l’insicurezza e le difficoltà economiche i maggiori impedimenti alla creazione di una famiglia da parte dei millennial. È quindi fondamentale che la politica e le imprese elaborino nuove metodologie di contatto con i millennial in modo da favorire la loro sicurezza che porta allo sviluppo sociale del Paese e alla crescita economica di aziende, imprese e industrie.

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