Perché una donna non è proprietà

| Il “Progetto Alice”, ideato per le scuole secondarie di primo e secondo grado, ha come obiettivo educare le nuove generazioni a sentimenti che non si trasformino mai in violenza

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Di Germana Zuffanti
Perché non passa giorno senza sentire la notizia di un nuovo caso di violenza contro le donne? Ci stiamo drammaticamente abituando, e come esseri umani cerchiamo di starne lontani, ma come è capitato all’ultima vittima di aggressione a Torino, molto spesso è impossibile non scontrarsi con uomini che la giustizia non riesce ad allontanare o rieducare. Uomini che dicono di amare, ma diventano carnefici e assassini.

Nel 1993, Kofi Annaan, ne “La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne”, affermava che “È forse la violazione dei diritti più vergognosa. Non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. E fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”.

Il Codice Rosso, la maggiore protezione che la legge vuole offrire alle donne, è l’ultimo tassello nella lotta contro le violenze. Ma i casi di cronaca insegnano che bisogna denunciare ancora prima di passare a capire, insegnare ed educare. E quanto tutto questo si sbagliato va fatto capire a partire dalla giovane età, quando è ancora possibile educare ai sentimenti.

Esattamente questo si propone il “Progetto Alice”, un laboratorio ideato da un docente delle scuole secondarie di secondo grado, Marco Lazzerini, in collaborazione con l’Associazione “Il Sentiero dell’Essere”, nato in ricordo di Alice Bredice, uccisa nel sonno il 29 aprile 2019 a Ragusa. Il progetto nasce per le scuole secondarie di primo e secondo grado e si occuperà di educare le nuove generazioni all’amore e al sentimento attraverso la conoscenza delle emozioni.

Professore, come è nata l’idea di far nascere il progetto, e chi era Alice Bredice?

L’idea nasce, in primo luogo, dallo shock per la morte di Alice Bredice, la sorella di un caro amico di famiglia, Alessandro. Da quell’istante tutto ha assunto un aspetto più urgente e quanto mai vicino a me. In secondo luogo, si origina dall’esigenza profonda di far evolvere un sistema ancora profondamente radicato in una forma di “patriarcato” che “concede” opportunità e protezione alle donne. Un sistema evidentemente sbagliato nel principio: alle donne non c’è nulla che gli uomini debbano o possano “concedere”, perché esse stesse ne hanno il diritto a prescindere, in quanto individui. È un messaggio che vorrei fosse trasmesso a tutti attraverso il progetto. Alice era una donna, una mamma, una ragazza che amava i cavalli e le sue figlie, cercava rispetto per la sua vita e per quella degli altri. Non è un segreto che volesse lasciare suo marito, e proprio perché voleva essere una donna libera, le è stata brutalmente tolta alla vita, di notte, nel caldo della sua casa.

Chi sono i protagonisti del progetto e a cosa mira?

Il progetto è stato scritto a più mani, in collaborazione con l’Associazione “Il Sentiero dell’Essere” e con alcuni amici della famiglia Bredice, tra cui Rosella Suppa e Roberta Carambia. In particolare, Luca Capozza, operatore sociale dell’infanzia e dell’adolescenza, nonché docente di arti teatrali, insieme alla dottoressa Annalisa Chelotti, counselor e terapeuta olistica, ha ideato un laboratorio autofinanziato (grazie alle donazioni) principalmente per le scuole secondarie di primo e secondo grado, nel quale i protagonisti sono proprio gli studenti. Attraverso discipline quali la Mindfulness ed esperienze emozionali con l’ausilio di esercizi “teatrali”, si aiuteranno i ragazzi a fare luce sui preconcetti che riguardano il posizionamento nella società della donna e dell’uomo, sperimentando quanto esistano, in ognuno di noi, gli archetipi sia del maschile (azione, decisione) sia del femminile (accoglienza, attesa). Se deviano verso una modalità “disfunzionale” come l'aggressività, il possesso, il servilismo e l’accondiscendenza passiva, si rischia di tradire se stessi e, di conseguenza gli altri, vivendo i rapporti, soprattutto quelli affettivi, come un incastro di reazioni senza controllo e inconsapevoli. L’obiettivo, dunque, è quello di gettare piccoli semi esperienziali, fondati sull’educazione e non solo sull’istruzione, che possano evolvere, un giorno, verso la fioritura di un rapporto quanto più consapevole ed equilibrato possibile, senza le distorsioni che portano agli atti violenti.

In questo progetto saranno coinvolte le famiglie. Pensa che potrà servire a formare le nuove generazioni e rendere consapevoli le vecchie?

Le nuove generazioni, formate dai ragazzi di oggi, potranno sicuramente svoltare in una direzione con strumenti che, finora, la scuola non ha ancora fornito. Di conseguenza, ma senza aspettativa alcuna, le vecchie generazioni potranno, direttamente dai loro figli, avere un ritorno che potrebbe aprire qualche piccola finestra di luce sui propri atteggiamenti disfunzionali. Il progetto prevede, infatti, proprio una parte conclusiva di restituzione alle famiglie con un lavoro, a gruppi, preparato appositamente per essere presentato ai genitori. Quale migliore azione per far sì che si possa rendere partecipi anche le vecchie generazioni?

Da insegnante, come vive i giovani? Sono realmente anaffettivi e slegati dai valori fondanti di una società?

Effettivamente, in linea generale c’è una tendenza al raffreddamento emotivo e ad uno slegamento dai valori, ma è anche vero che c’è qualcosa che, nonostante il passare delle generazioni, continua a essere una costante. Parlo di quella luce negli occhi che si accende quando un ragazzo si trova a contatto diretto con un concetto, un’immagine, una parola che risuona interiormente, azionando un sistema di entusiasmo, passione e voglia di cambiare il mondo. Ecco, questo è quello su cui preferisco portare la mia attenzione: tutto il resto, potenzialmente, può sempre essere trasformato.

L’imbarbarimento culturale parte dagli adulti o dai giovani?

La cultura ha un ruolo fondamentale per la forgiatura della personalità di un ragazzo, soprattutto in questa società così veloce, di conseguenza ciò che prevale in un contesto può sicuramente avere il suo peso. La domanda da porsi è: chi genera la cultura? La scuola in primis. Si posiziona in un posto importante, anche se oggi un po’ sorpassato dai mezzi di comunicazione e dalle stesse opinioni dei genitori, i quali sembrano formati a più competenze, quasi fossero tuttologi. Quindi, se la scuola genera cultura, è fondamentale appoggiare sempre più progetti che non vadano in direzione di una morale di “addestramento” ma verso l’orientamento allo sviluppo del proprio potenziale, al fine di rendere forte una generazione libera e consapevole.

Anche in questo caso, comunque, stiamo parlando di qualcosa che muta nel tempo e si evolve continuamente, quindi anche la cultura ha la possibilità di essere trasformata in ciò che può concretamente rendere più sereni, nonostante le prove che ogni ragazzo dovrà vivere lungo il proprio percorso.

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