Sempre più soli e connessi

| Intervista a Serena Valorzi e Mauro Berti, autori di “Cercami su Instagram”, un libro che analizza un’epoca di profonde mutazioni nei rapporti sociali

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Di Germana Zuffanti
Che fine ha fatto la famiglia tradizionale? Perché si vive sempre più in un’altra dimensione – virtuale - e si preferisce raccontarsi attraverso le immagini e la rete e non confrontarsi a viso aperto? Le nuove generazioni stanno andando avanti o tornano indietro, verso un mondo “liquido” che non ha più capisaldi morali e valori su cui costruire saldamente la propria esistenza?

Lo chiediamo agli autori di un libro attualissimo, che segue ad uno dei primi scritti degli stessi autori a tema cyberbullismo: “Cercami su Instagram” (Reverdito Editore), di Serena Valorzi e Mauro Berti. Una coppia di scrittori fortunati, perché analizzano da due punti di vista complementari la medesima realtà. Serena Valorzi è Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo - comportamentale con specializzazioni in ACT e Schema Therapy, formatrice esperta in dipendenze da comportamento, assertività e impatto emotivo, cognitivo e relazionale delle Tecnologie di Comunicazione. Mauro Berti è invece scrittore e formatore nell’ambito dei risvolti sociali delle moderne Tecnologie della Comunicazione, è anche Vice Ispettore presso il Compartimento della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Trento e Responsabile dell’Ufficio Indagini Pedofilia.

Il libro, scritto come un manuale di piacevole e profonda lettura, è un invito a guardare oltre le immagini che i nostri ragazzi (e non solo) pubblicano e guardano di continuo sui social network. I due autori, impegnati in un tour di presentazioni, faranno tappa il prossimo 25 novembre al Circolo dei Lettori di Torino.

Questa è un’epoca di grandi e veloci cambiamenti, di utilizzo spasmodico degli smartphone e di internet per ogni cosa, anche per avvicinarsi più rapidamente e senza cognizione ai sentimenti: è il boom di selfies, di siti di incontri, di fake news, di immagini che girano incontrollate.

Dottoressa Valorzi, la nostra vita è ormai davvero fatta di algoritmi e di internet? Siamo davvero così soli e iperconnessi?

Proviamo a spegnere il nostro smartphone anche solo per mezz’ora, e ci apparirà perfettamente chiaro quanto questa rivoluzione tecnologica abbia mutato il nostro modo di percepire il tempo, lo spazio, la relazione con noi stessi e con gli altri. Niente più navigatore, irraggiungibili, irreperibili, tagliati fuori dal contatto continuo con la rappresentazione della vita degli altri, senza più sicurezze. Nulla che ti distragga dalla noia, dalla tristezza, dalla rabbia. Niente più controllo sugli altri ed esposti all’ansia di non poter sapere cosa gli altri stiano pensando di noi o facendo. Vulnerabili, persi, senza memoria delegata, come se ci avesse lasciato quell’unico “essere” che è sempre sveglio accanto a noi, anche quando dormiamo. Perché l’iperconnessione prende corpo in quel sottile rettangolo scuro che nutriamo, teniamo sempre vicino e a contatto con il corpo, a cui mettiamo un vestitino, che accarezziamo in attesa che si illumini di nuovo rassicurandoci di essere ancora “vivo” e se solo ha 20% di carica ne temiamo la “morte”. Un moderno tamagotchi che ci tiene compagnia e che al tempo stesso ci priva del contatto vero, fatto di sguardi, sorrisi e corpi che si avvicinano, perché mentre lasciamo che ci mangi il tempo attraendoci tra video, giochi e foto delle vite degli altri, dimentichiamo che inviare un emoticon non è la stessa cosa che bere insieme un caffè a telefono spento, senza interruzioni. E a farne più le spese sono le ultime generazioni, Millennial e iGen: i dati di ricerca indicano che soprattutto tra loro sono in aumento esponenziale la percezione di solitudine e infelicità, pensieri depressivi e suicidali. Per non parlare del narcisismo: non che tutti i nostri ragazzi siano depressi, drammaticamente soli o narcisisti, ma in media lo sono molto più di quanto non lo fossimo noi alla loro età. Certo, lo smartphone non sarà l’unico motivo per il quale ciò accade, ma le ricerche sono chiare: chi lo utilizza o sviluppa attività mediate da schermo per più di due ore al giorno è esponenzialmente esposto a questi effetti. E ora chiediamoci: per quanto tempo lo utilizza nostro figlio o nostra nipote? E noi?

Ispettore Berti, com’è cambiata la famiglia dalla vostra esperienza?

È sparita dai radar, da tempo, la famiglia delle regole, sostituita da quella dell’affettività che è volta soprattutto ad ascoltare l’intenzionalità dei figli. Tra le cause di questo cambiamento vi è anche il fatto che noi genitori ci siamo presi del tempo per noi stessi e lo abbiamo sottratto, soprattutto, non al lavoro ma ai nostri figli. Mossi da un inavvertibile rimorso abbiamo iniziato a concedere tutto e non ci siamo presi le responsabilità dei NO. Solo dopo è intervenuta la tecnologia, che ha preso il posto di nonne, zie e tate, facendo compagnia e “babysitteraggio” con le consolle di gioco e i tablet. Tanto i giovani nelle loro camerette sono più al sicuro che in cortile a relazionarsi con i propri pari. Sempre più spesso si vedono, ad esempio, mamme o papà che spingono carrozzelle e passeggini concentrati sullo schermo dei propri Device, che non si occupano di spiegar ai loro piccoli il mondo che li circonda, abdicano dal fornire le prime chiavi interpretative di ciò che vedono. I nostri piccoli ci vedono interagire con quello schermo in tutti i momenti, sottraendo, anche, ad esempio, i nostri occhi alla loro recita di Natale per immortalarla in un video che corriamo a postare. Poi ci chiediamo da chi avranno presso la “fissa” della vita in Rete.

Ispettore, dalla sua esperienza cosa chiedono i giovani con i quali vi relazionate?

I ragazzi hanno richieste diverse in relazione all’età, ma da tutti arriva un messaggio chiaro: “se mi dedichi del tempo, con pazienza e senza pregiudizi, io ti ascolto e mi confronto con te”. Ecco quindi che entrano in campo nuovi linguaggi che dobbiamo imparare, comprendere e capire, per poi utilizzarli a nostra volta per proporre il ragionamento (non imporre il nostro) e l’elaborazione delle informazioni. Quello che manca nella rete è proprio questo, il “tempo” , quello per l’elaborazione delle informazioni. Tutto avviene rapidamente e le azioni sono sempre più dettate dall’istintività e dalla velocità che vanno a braccetto tra loro e portano i ragazzi (ma non solo) in terreni nei quali si agisce, e si interagisce, senza avere cognizione delle conseguenze. Quando si parla di conseguenze, ne sono certo, i lettori penseranno sicuramente, visto il mio impegno professionale, a quelle in campo giuridico e giurisdizionale. Vi sorprendo, spero, ma la parte che più mi colpisce, che mi sta davvero a cuore e che a mio giudizio merita l’impegno, il sacrificio e l’applicazione degli adulti è più affine alle conseguenze psicofisiche che i giovani subiscono dalla tecnologia, ma anche dai loro pari. Ecco perché ritengo che l’aspetto culturale formativo nel campo tecnologico, che non è l’informatica o la telematica, delle giovani generazioni non sia un impegno da prendere sottogamba, da svolgere con superficialità, ma merita di entrare a pieno titolo tra le priorità proprio per formare le generazioni che dovranno scrivere il futuro.

Dottoressa Valorzi, quale è il messaggio che volete lanciare con il titolo del libro, “Cercami su Instagram”?

Il primo riferimento è senz’altro legato al fatto che ora i ragazzi sono fuggiti da Facebook, ormai stanati dai genitori, per approdare su Instagram, le cui caratteristiche impattano enormemente a favore di un ulteriore rivoluzione che spieghiamo con chiarezza nel testo. E poi c’è un secondo motivo. Abbiamo voluto scrivere un libro coraggioso, che sapesse invitare gentilmente alla riflessione profonda su internet, social network e smartphone, e affondasse le radici nelle nostre esperienze quotidiane e lavorative, che si appoggiasse saldamente ai dati di ricerca e rendesse visibile ciò che di solito rimane invisibile ai nostri occhi, abbagliati dal luccichio delle immagini meravigliose che tutti postiamo, alla ricerca di like e consensi di cui abbiamo imparato ad accontentarci in mancanza del contatto diretto, vivo e rassicurante che richiederebbe tempo che non pensiamo di avere. Mi è molto piaciuto scrivere di come le coppie sono cambiate, dagli incontri online al controllo del partner che genera sfiducia e incomprensioni, ai tradimenti. Così come mi è piaciuto scrivere di “Fear of Missing Out” o di “Nomophobia” (la dipendenza da smartphone), di solitudine, iperconnesione e sovrapposizione tra mondo reale e virtuale. Ma la parte di cui sono più fiera è il capitolo sul Narcisismo. Lo dovevo ai miei pazienti, più grandi e più giovani, che mi regalano l’onore di comprendere e sentire ciò che, dietro ad una maschera grandiosa, arrogante, perfettamente allineata agli standard di bellezza, magrezza, successo, popolarità e sempre, faticosamente sorridente, celano: la loro vulnerabilità che nasce dal non sentirsi amati e visti ma esposti su palchi reali e virtuali, alla disperata ricerca di ammirazione (anche invidiosa) di cui hanno imparato ad accontentarsi in mancanza del calore e della comprensione profondamente umana di cui abbiamo tutti bisogno per poter vivere un’esistenza davvero vitale.

Un capitolo in cui troverete una metafora innovativa e un dialogo tra Narciso e Gioia che intende farci entrare in punta di piedi e con il cuore aperto nella dimensione narcisistica in cui stiamo tutti quanti un po’ scivolando: un’epidemia di Narcisismo.

Ed è proprio Narciso che conclude, svelando le sue fragilità, con “Cercami su Instagram, se vuoi, ma guardami anche altrove, e per favore, sii paziente e gentile, guardami al di là dei sorrisi e delle pose che sono solo le mie corazze brillanti e, allo stesso tempo, gabbie”. Un modo gentile per ricordarci che tutti possiamo essere “cercati su Instagram” ma abbiamo il diritto di essere cercati e trovati soprattutto altrove.

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