The perfect city

| La giapponese Tokyo sembrerebbe – secondo The Economist – la città più sicura in cui vivere. Roma e Milano si piazzano a metà classifica. La volontà politica che manca per migliorare la sicurezza urbana in Italia

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Di Marco Belletti
Anche nel 2019, e per la terza volta consecutiva, la città più sicura al mondo è Tokyo. Almeno secondo la classifica stilata dal settimanale britannico “The Economist”, che per la sua valutazione ha utilizzato diversi parametri suddivisi in quattro ambiti principali: digitale, salute, livello di infrastrutture e sicurezza personale.

La capitale giapponese – nonostante le sue enormi dimensioni e le difficoltà gestionali che la sua estensione genera – per l’indagine è al vertice nel settore della prevenzione dei disastri naturali, nel basso livello di attacchi informatici e ha tassi di criminalità estremamente ridotti. 

Tokyo precede altre due città asiatiche: Singapore e Osaka, quindi sono due le metropoli giapponesi sul podio. Al quarto posto la prima città europea, Amsterdam. Il nostro continente piazza nella top ten anche Copenaghen, ottava, a pari merito con un altro centro asiatico, Seoul. Completano la classifica due città dell’Australia (Sydney quinta e Melbourne decima) e due nord-americane: Toronto sesta e Washington settima. In coda alla classifica dell’Economist si piazzano Caracas, al 59esimo posto, e la capitale nigeriana Lagos, al sessantesimo.

Come prevedibile a primeggiare in questa particolare classifica sono le città dei Paesi più ricchi e le italiane non brillano se confrontate con gli altri grandi centri europei. Milano si piazza al ventinovesimo posto con alle sue spalle Roma. Entrambe non si discostano molto da queste posizioni anche analizzando nel dettaglio le varie aree di valutazione. Nella sicurezza digitale Milano è 27esima e Roma 30esima. Per quanto riguarda la salute, la capitale è 25esima e il capoluogo lombardo 26esimo. Nelle infrastrutture sono 28esima Roma e 29esima Milano. Lievemente peggiori i risultati nella sicurezza personale, con Milano 29esima e Roma 34esima.

In Italia di questione sicurezza urbana se ne parla ormai da molti (troppi) anni. Ha un ruolo importante per l’opinione pubblica, i politici ne parlano sfruttando per i loro interessi il bisogno dei cittadini di risolvere il problema, ne discutono sociologi e criminologi. A partire dai primi anni Novanta del secolo scorso il tema è diventato sempre più sentito e importante, tanto da essere argomento irrinunciabile in ogni programma politico – sia nazionale sia locale – che si rispetti.

La sicurezza urbana è così diventata una sorta di fenomeno sociale: si manifesta in modo diverso nelle differenti aree della nazione, si trasforma negli anni pur restando sempre presente (una sorta di gattopardesco insolubile problema italiano) e viene associato a una vasta gamma di questioni locali e globali.

Nello stesso tempo ha acquisito sempre più peso in politica, con evidenza via via più importante nei programmi e nel confronto politico: polizia locale armata, cittadini dell’ordine o ronde volontarie, opinioni sempre più radicali a livello regionale delle politiche di sicurezza, proposte di riforme costituzionali per risolvere – almeno a parole – il problema alla radice, devolution…

Questo interesse per certi versi morboso della politica (che tuttavia non solo sembra incapace di risolverlo, ma che in realtà sembrerebbe non avere la minima intenzione di farlo) ha permesso che la sicurezza diventasse quanto mai rapidamente una delle questioni più significative e importanti nel nostro Paese, sia dal punto di vista sociale sia culturale. E così la politica utilizza la sicurezza come una sorta di “parola chiave” che permette alle istituzioni di accorpare problemi diversi sotto un’unica espressione, semplificando – e di molto – un concetto molto più complicato e di difficile risoluzione di quanto non appaia: non solo la violenza nei confronti delle persone, ma anche contro le proprietà, i beni pubblici, o le stesse le idee.

La politica si è appropriata della sicurezza anche da un punto di vista semantico. Specificare “urbana” ha diversi obiettivi: innanzitutto le attribuisce una nuova accezione che la distingue dal concetto tradizionale di ordine pubblico, mettendo in evidenza che si tratta non solo di garanzia della mancanza di minacce, ma anche di certezza del rafforzamento della percezione sociale della stessa sicurezza. Inoltre, l’aggettivo urbana identifica immediatamente il luogo dove si manifesta il maggior numero di problemi e dove quindi è necessario concentrare gli interventi. Come se un omicidio o una rapina in campagna abbiano meno importanza.

In ogni caso, il collegamento all’ambito cittadino permette anche una sorta di scarico delle responsabilità delle istituzioni nazionali. Il parlamentare che pontifica sulla necessità di rendere sicure le strade dei centri urbani, di fatto ribalta (senza essere costretto a dirlo) l’incombenza a livello locale: a farsi carico dei problemi dei cittadini – sia quelli reali, sia quelli solo percepiti tali, magari dietro precise affermazioni degli stessi politici per poter far leva sulle paure degli abitanti – dovranno essere gli amministratori delle città.

Quindi, definire la sicurezza un problema urbano permette di assegnare un ruolo a istituzioni locali (Comuni e regioni) che non hanno mai avuto in precedenza responsabilità e quindi non dispongono delle opportune competenze per prevenire e contrastare, per esempio, la criminalità.

Ed ecco pertanto che l’intreccio con la questione della riforma federalista dello stato (o, meno ambiziosamente, della mini-riforma con l’assegnazione e il riconoscimento di nuovi compiti e ruoli alle istituzioni locali) assume particolare evidenza, nascondendo di fatto problemi che devono essere affrontati e che possono essere risolti solamente a livello nazionale.

La riqualificazione urbana passa anche attraverso l’eliminazione di problemi come lo spaccio di droghe o la prostituzione, fenomeni assolutamente locali che tuttavia non possono essere risolti se non con interventi nazionali, o addirittura internazionali.

Sarebbe davvero opportuno che si affrontasse la sicurezza urbana con un approccio sistemico e non soltanto suddividendo le diverse parti di uno stesso problema tra vari ipotetici responsabili, ben sapendo che non avranno nessuna possibilità di venirne a capo.

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