Una civiltà livida e amareggiata

| Dall’invidia all’odio il passo è breve e può sfociare in vendetta violenta. È sempre accaduto in passato e ancora oggi – in un’epoca in cui tutto è amplificato dai social – spesso le parole inopportune dei politici fomentano questa violenza

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Di Marco Belletti
“L’invidia è quel sentimento che nasce nell’istante in cui ci si assume la consapevolezza di essere dei falliti”. Così si esprimeva il grande aforista Oscar Wilde nel definire il dispiacere che si prova per non avere un bene o una qualità, che a volte diventa addirittura una rabbia così intensa da far desiderare ogni genere di male per la persona che invece possiede quel bene o è dotato di quella qualità.

La parola invidia deriva dal verbo latino “invidere”, cioè guardare contro, ostilmente o più genericamente guardare male e quindi per estensione anche gettare il malocchio. Dante Alighieri colloca gli invidiosi nell’inferno, addossati a una parete di montagna costretti a chiedere l’elemosina vestiti di stracci ruvidi.I loro occhi traboccano di lacrime che sgorgano a fatica dalle palpebre cucite da un fil di ferro. Evidente il contrappasso: da vivi gli invidiosi non erano stati in grado di osservare gli altri esseri umani senza desiderare di distruggere la loro felicità, ma avevano concentrato l’attenzione solo sui beni che possedevano e a cui loro stessi ambivano. Così, nell’aldilà è stata tolta loro la vista, in modo che potessero guardare solo con il cuore. 

L’invidia è sempre esistita tanto che è uno dei sette peccati capitali già in qualche modo citati da Aristotele, insieme con accidia (indolenza), avarizia, gola, ira, lussuria e superbia. 

È pertanto un meccanismo di funzionamento della nostra psiche che risale all’alba della civiltà umana, anche se mai nessun invidioso ha mai liberamente ammesso di esserlo: al massimo, cerca di convincere se stesso di non nutrire alcun risentimento nei confronti degli altri, disdegnando chi invece ne prova.

L’invidia quindi è un sentimento personale, presente e quanto mai forte anche nella nostra società moderna, ossessivamente competitiva, al limite del maniacale. E naturalmente, più la società è competitiva e più l'invidia crea le sue strutture persecutorie nella nostra mente, spingendoci ad azioni che in condizioni normali non commetteremmo: di rabbia, distruzione o inganno nei confronti di altri.

Recentemente è stato anche coniato il termine “invidia social”, un nuovo sentimento che alcuni psicologi considerano una sorta di dannazione per la nostra società: questo moderno genere di invidia distorce gli storici valori sociali degli esseri umani sostituendoli da mere apparenze esteriori che spingono a desiderare valori superficiali con modelli di successo, di ricchezza, di fama, di notorietà che non corrispondono alla realtà. Invidiare Barbara D’Urso perché a 62 anni posta fotografie in cui appare con il corpo da ventenne, ci allontana dalla reale comprensione della società in cui viviamo, convincendo noi stessi che è importante essere come lei (e tralasciando di considerare che Photoshop fa davvero miracoli). E nello stesso tempo, perdiamo di vista i veri valori della società e li sostituiamo con altri (in cui dominano egoismo e prepotenza) per cui nella società cresce una sempre maggiore diffusione di odio, rancore, rabbia verso chiunque la pensi diversamente. L’automobilista che rallenta soltanto di fianco a noi al semaforo e con estrema faccia tosta passa con il rosso, l’influencer che si arricchisce declamando sciocchezze come se fossero “verbum dei”, il collega che non si fa scrupoli nello scaricare il lavoro sugli altri, il migrante appena sbarcato clandestinamente che accetta compiti che nessun altro si abbasserebbe a svolgere e viene accusato da certa politica demagogica di portare via il lavoro agli italiani… si tratta di una vera e propria escalation.

L’aspetto paradossale di questa situazione è il fatto che mentre una volta il povero provava anche una “sana” invidia per il ricco, l’invidia social esplode solo tra classi della stessa condizione economica e sociale. Si temono (e si vorrebbero “punire”) i poveracci che scappano da guerre e violenze per cercare un lavoro onesto, ritenendo che usufruiscano di privilegi prima e di più dei cittadini italiani, mentre si ammirano (cercando invece di emularli, per quanto possibile) i ricchi e ben poco etici politici e milionari che trascorrono la vita tra donne facili, bunga bunga, festini clandestini o evasioni fiscali.

Del resto, l’invidia porta al sospetto, che diventa pregiudizio prima e odio poi, da cui nasce il complotto e tutto termina con la vendetta. Con questa progressione di sensazioni dominanti che ci pesano sulla coscienza non riusciamo più a capire dove realmente sta andando la nostra società. L’unico sentimento che ci lega agli altri è l’invidia che proviamo nei loro confronti: poco davvero per far proseguire il genere umano verso un futuro migliore di quanto ci aspettiamo. E anche di quanto ci meritiamo.

Uno degli strumenti “principi” dell’invidia è senza dubbio la calunnia, un metodo antico visto che già la Bibbia affermava che ne uccide più la lingua della spada. Ancora oggi tutto sommato la situazione è la stessa, in quanto può fare più danni un post su Facebook o un video su Instagram di una bella scazzottata tra nemici, come quelle nei film americani anni Cinquanta, che sembravano risolvere ogni problema pur nell’ottusa logica del codice Hays.

Come Umberto Eco ha fatto affermare nel romanzo “Il cimitero di Praga” al suo spietato personaggio Pyotr Rachkovskij (il quale, nel mondo reale, fu capo di Ochrana, il servizio segreto nella Russia imperiale), “il nemico per essere temuto deve essere in casa, come gli ebrei”. Per Rachkovskij/Eco gli ebrei sono stati inviati dalla divina provvidenza e quindi “vanno usati” sperando che ce ne sia sempre qualcuno da temere e da odiare, in quanto occorre un nemico per fornire una speranza al popolo. In una lucida e quanto mai attuale pagina del romanzo, Eco fa affermare al poliziotto che è necessario coltivare l’odio come passione civile, in quanto l’odio riscalda il cuore ed è la vera passione primordiale. E ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria.

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