I guai travolgono i Washington Redskins

| Costretta a cambiare nome e simbolo dopo le proteste della Nazione Indiana, la squadra di football della capitale americana deve vedersela anche con numerose denunce di molestie presentate da ex dipendenti

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Secondo “Forbes”, nel 2019 i “Washington Redskins” valevano circa 3,4 miliardi di dollari: frutto di oltre mille partite disputate dal 1932, anno di fondazione, e soprattutto di 5 Super Bowl, 13 titoli division e 6 conference conquistati.

Erano nati come “Boston Braves”, ma con il trasferimento nella capitale hanno cambiato nome e logo, scegliendo la testa del pellirossa con le piume. Quanto basta per finire nell’ondata iconoclasta che ha travolto gli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd: ovunque ci fosse un simbolo confederato o un riferimento allo schiavismo e alle minoranze, come i “native americans”, è diventato oggetto di proteste. È successo anche ai Redskins, costretti ad annunciare il cambio del nome e soprattutto del simbolo dopo 83 anni di onorato servizio. Quelli nuovi sono allo studio, e secondo alcune voci la scelta sarebbe caduta su “Washington Redtails”, in onore del primo squadrone di piloti da caccia.

Ma il cambio, annunciato dal proprietario, Dan Snyder, non è bastato a calmare le acque intorno alla squadra di football americano della capitale, che oltre alle incognite legate alla pandemia e alle incertezze sulla stagione “NFL”, è finita in questi giorni al centro di una vicenda assai spinosa.

Secondo un’inchiesta del “Washington Post”, sui tavoli della procura distrettuale si troverebbero i fascicoli di 15 denunce di altrettante impiegate ed ex dipendenti che accusano molestie sessuali avvenute fra il 2006 ed il 2019.

La società ha preferito non commentare, limitandosi ad una nota in cui annuncia un’indagine interna che oltre ad appurare la verità sanzionerà “qualsiasi comportamento contrario all’etica”. Ma qualche resa dei conti dev’essere successa, visto che Larry Michael, storico commentatore radiofonico, ha rassegnato improvvisamente le proprie dimissioni, mentre Alex Santos, direttore del settore professionistico, sarebbe stato licenziato senza preavviso.

Delle 15 donne soltanto Emily Applegate, un’ex dipendente, ha scelto di non chiedere l’anonimato, ribadendo in un’intervista che i vertici della società non potevano non sapere, “visto che il presidente e alti dirigenti mi hanno vista piangere più volte”. Anche la “National Football League” ha deciso di avviare un’inchiesta, per capire se sussistono gli estremi per sanzionare la società.

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