Il baseball americano si avvia allo sciopero

| È già successo altre volte, l’ultima 25 anni fa: di mezzo questioni economiche e rivendicazioni salariali. A essere strapagate sono le stelle, gli altri vivono con ingaggi al di sotto del salario minimo previsto per legge

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Gli appassionati di baseball d’America ancora se la ricordano, la stagione del 1994 della MLB, la “Major League Baseball”, la lega professionistica che vanta il campionato più importante al mondo. Quell’anno, il campionato si chiuse in anticipo l’11 agosto per uno sciopero indetto dall’associazione dei giocatori per protestare contro la “salary cap”, il tetto salariale agli ingaggi proposto dai proprietari delle squadre per ridurre i costi e massimizzare i guadagni. Una serrata di mazze e guantoni costata ai tifosi ben 232 giorni di astinenza.

Adesso, 25 anni dopo, lo stallo del campionato potrebbe clamorosamente ripetersi, mettendo a rischio un business che vale circa 10 miliardi di dollari. Di mezzo, ancora una volta, ci sono i soldi, quelli di ingaggi e biglietti.

Si lamentano, i giocatori, perché a fronte di stipendi che sembrano sontuosi, i denari che finiscono nelle tasche della proprietà sono di gran lunga maggiori. Kershaw Clayton, amatissimo lanciatore dei “Los Angeles Dodgers”, si porta a casa la rispettabile cifra di un milione di dollari a partita, che è comunque nulla rispetto ai 10 che arrivano sui conti della proprietà, senza contare i proventi delle scommesse, che vanno calcolati a parte e alzano la cifra a dismisura. Ma per uno come lui, affiancato da pochi eletti, la maggioranza dei professionisti si trova ben al di sotto della soglia di salario minimo: una situazione che lo scorso anno il Congresso ha tentato di alleviare esentandoli dalle leggi federali in materia di lavoro. In pratica, le squadre si accaparrano gli astri del baseball, quelli che garantiscono pubblico e merchandising, ma trascurano i “gregari”, quelli che lavorano nell’oscurità per garantire il successo. Rientrano in questo anche altri esempi, come il nuovo stadio degli “Atlanta Braves”, realizzato unicamente grazie all’aumento del 45% dei prezzi dei biglietti, insieme a quello di bevande, snack e oggettistica con i colori della squadra.

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