La confessione shock dell’ex portiere del Liverpool

| Arruolato nella Guardia Nazionale, Bruce Grobbelaar viene spedito sui campi di battaglia nella guerra civile in Rhodesia: “Ho ucciso tanti uomini, troppi. Mi ha salvato il calcio”

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Nei peggiori incubi dei tifosi romanisti, il nome di Bruce Grobbelaar è inciso a fuoco: Stadio Olimpico, 30 maggio 1984, finale di Coppa Campioni fra Roma e Liverpool. Phil Neal porta in vantaggio i “Reds”, ma Pruzzo agguanta il pareggio facendo esplodere lo stadio di gioia. Ma il risultato si blocca lì: la partita finisce ai rigori, e inizia lo show di Grobbelaar, estremo difensore del Liverpool, che riesce a imbambolare Conti e Graziani, dando la vittoria ai “Reds”.

La carriera di Grobbelaar prosegue fino al 2002, quando abbandona il calcio giocato e tenta quella di allenatore in diverse squadre sudafricane, con fortune alterne.

Ma è solo adesso, a tanti anni di distanza dai campi di calcio che Bruce Grobbelaar ha deciso di rivelare una parte della sua vita, rimasta nascosta per lungo tempo. L’ha fatto ai microfoni del “Guardian”, raccontando un passato di cui non va fiero che gli ha tolto il sonno per buona parte dell’esistenza.

Nato a Durban, in Sudafrica, aveva 18 anni quando viene arruolato nella Guardia Nazionale e spedito in Rhodesia per placare la sanguinosa guerra civile: da una parte la fazione bianca al comando di Ian Smith, dall’altra i guerriglieri antigovernativi “Zanu” e “Napu” guidati da Robert Mugabe. In mezzo i civili: 8.000 morti che si aggiungono ai 10mila guerriglieri e quasi 2mila militari rhodesiani che faranno da conto finale all’inutile massacro.

Giovane, inesperto e terrorizzato, per salvarsi la vita Grobbelaar confessa di aver dovuto uccidere. Non rivela quanti nemici, dice solo “Tanti”, forse perché da allora tenta di rimuovere le troppe tracce di sangue dalla memoria. “Mi sono pentito di quello che ho fatto, ma non posso cambiare il mio passato”.

Racconta la prima volta, quella la ricorda bene: “Era il tramonto, il momento della giornata in cui riesci a riconoscere qualcuno solo dal bianco degli occhi: sono istanti terribili, inizi a sparare e dall’altra parte rispondono al fuoco. Quando è tornato il silenzio ho riaperto gli occhi, ho visto decine di corpi per terra e lo stomaco mi è salito fino alla gola”. I ricordi si accavallano, e sono immagini una più terribile dell’altra: “Avevo un compagno di reparto la cui famiglia era stata torturata e massacrata: voleva vendetta, e ad ogni nemico che uccideva tagliava le orecchie, che conservava in un vaso. Di vasi ne aveva tantissimi”. Esperienze difficili e traumatizzanti che, ammette Grobbelaar, l’hanno portato a sfiorare l’idea del suicidio: “Ricordo due miei compagni di reparto che si sono uccisi la stessa sera, a pochi minuti di distanza uno dall’altro, in due bagni del campo”.

Nel 1979, quando la guerra finisce, Bruce Grobbelaar emigra in Canada, entrando nelle file dei “Vancouver Whitecap” fino all’anno successivo, quando viene ceduto al Liverpool, dove resta fino al 1993 vincendo 6 Premier League, tre coppe d’Inghilterra e la Coppa dei Campioni che ancora toglie il sonno ai romanisti. “È stato il calcio a salvarmi dalla depressione e mia ha tenuto lontano dagli orrori della guerra”.

Un anno dopo la vittoria all’Olimpico, un’altra esperienza traumatica: era fra i pali del Liverpool anche durante la tragica finale di Coppa Campioni contro la Juventus, allo stadio Heysel: “Fu ancora peggio della guerra: c’erano persone innocenti e sentire i muri che crollavano e i corpi che cadevano fu terribile”.

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