La guerra delle cheerleader

| “Se avessi saputo allora quello che ho subito, non avrei mai messo piede nella NFL”: afferma una delle due donne protagoniste di un documentario in cui si svelano le falsità di un mondo solo all’apparenza felice

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Sono sempre state un tocco sexy di femminilità e glamour che accompagna le squadre di football americano: le loro performance, attesissime, fanno la gioia del pubblico e spesso, fra di loro, si nascondono i primi passi di future stelle di Hollywood. È già successo.

Ma dietro ai costumini colorati e ai sorrisi delle “Cheerleades” si nasconde un mondo che pretende preparazioni minuziose dando in cambio violenze e disuguaglianze retributive.

Un nuovo documentario, intitolato “A Woman’s Work: The NFL’s Cheerleader Problem”, affonda nel ventre molle di un mondo all’apparenza spensierato raccontato da due donne che hanno deciso di raccontare la loro verità.

L’ex cheerleader Lacy Thibodeaux-Fields è stata la prima a parlare, guidando nel 2014 una causa collettiva delle “Raiderettes” contro gli allora “Oakland Raiders”, società accusata di furto di salario e lavoro illegale. La causa ha spinto a farsi avanti diverse altre cheerleader, tra cui Maria Pinzone, una delle principali querelanti contro i “Buffalo Bills” e la “NFL”.

I Raiders si sono accordati per 1,25 milioni di dollari nel settembre 2014, pagando alle cheerleaders dal 2010 al 2014 quanto dovuto in termini di salario. I pagamenti variavano da 2.000 a 30.000 dollari, a seconda del numero di stagioni in cui le ragazze avevano lavorato nelle file delle Cheerleaders.

Nel 2014, dopo il deposito della causa, i Raiders hanno più che raddoppiato la paga delle cheerleader portandoli circa 9 dollari l’ora, all’epoca il salario minimo. Nel frattempo, la causa della Pinzone contro i Bills è ancora in corso, a quasi sette anni dall'inizio.

Il docufilm, diretto da Yu Gu e disponibile in streaming, segue sia la Pinzone che la Thibodeaux-Fields nel corso delle loro battaglie legali e nella difficile situazione di affrontare le conseguenze della decisione di opporsi alle potenti società. “È davvero un microcosmo di ciò che tutte le donne affrontano sul posto di lavoro – afferma il regista – una guerra contro stereotipi e standard per troppo tempo accettati in silenzio”.

Fin da piccola, Lacy Thibodeaux-Fields sognava di fare la cheerleader per una grande squadre di football e, dopo anni di duro lavoro, realizzato la sua ambizione entrando nelle file delle “Raiderettes”, le cheerleaders degli Oakland Raiders. Fino ad allora era stata trattata bene, ma le cose sono cambiate radicalmente quando si è unita alle Raiderettes. Scopre ben presto di non avere diritto ad alcun pagamento, malgrado le esibizioni siano continue: in più, attrezzature, uniformi e trattamenti, necessari per essere all’altezza dell’immagine che ci si aspetta da una cheerleader, erano a carico suo. Una Raiderettes guadagnava in media 1.250 dollari a stagione. Con una famiglia da mantenere e il marito che mette in discussione il contratto, Lacy chiede consiglio ad un esperto legale che non crede ai suoi occhi: “Il contratto delle cheerleader conteneva più passaggi illegali di qualsiasi altro abbia mai letto in quasi 30 anni di pratica legale”. Nel 2014, Lacy Thibodeaux-Fields intenta una causa contro gli Oakland Raiders per furto di salario.  Anche se soddisfatta dell’accordo finale da un punto di vista legale – che garantisce un salario minimo alle Raiderettes – l’avvocato è delusa dal risultato complessivo. 

Come Lacy Thibodeaux-Fields, anche Maria Pinzone racconta di essersi “fatta il culo” per arrivare alle selezionati per i Buffalo Bills’ Jills. Aveva già fallito due volte, ma al terzo tentativo era stata scelta. La gioia dura poco: la società le comunica che il costo della divisa è di 650 dollari e altri 500 per i trattamenti di bellezza. A quel punto avrebbe partecipato ad apparizioni pubbliche non retribuite, alcune delle quali obbligatorie, e sponsorizzato eventi in rappresentanza sia della NFL che delle Bills.

Nel 2014, Maria Pinzone e altre cinque cheerleaders hanno deciso di intentare una causa contro la squadra per il trattamento ricevuto, ma la questione legale centrale della controversia riguardava le cheerleader fossero correttamente classificate come lavoratrici indipendenti non sono a certe regole come il salario minimo, o piuttosto che avrebbero dovuto essere considerate come dipendenti.

La Pinzone e le Jills hanno vinto una sentenza che affermava il loro status di dipendenti, ma il caso non è ancora risolto: il processo ha subito ritardi dopo un’istanza di fallimento.

La “Stejon Productions”, la società che gestisce le cheerleaders ha chiuso i contratti e da allora i Bills sono rimasti senza una squadra femminile che coreografa le partite.

“C’è una forte resistenza al cambiamento e all’onesta responsabilità delle malefatte, lo si vede in tanti settori: ecco perché questo documentario non è solo rilevante per le cheerleader”.

Nonostante gli innumerevoli giorni in tribunale e il disordine che ha causato nelle loro vite, entrambe le donne dicono di essere orgogliose, ma col senno di poi ci penserebbero più volte prima di entrare nella NFL. “Se avessi visto questo documentario prima di decidere di investire tutto il mio tempo e le mie energie in questa scelta, non l’avrei fatto, anche se ammetto che mi manca l’adrenalina delle esibizioni”. Per Maria Pinzone, l’esperienza mostra quanto le grandi aziende siano disposte a fare pur di risparmiare, ma spera che il documentario incoraggi le donne di tutti i ceti sociali a lottare per il cambiamento.

E qualcosa, in effetti, sta succedendo: dal settembre dello scorso anno, 10 delle 26 squadre della NFL con squadre di cheerleader sono state citate in giudizio per furto di salario, condizioni di lavoro insicure, molestie sessuali e discriminazione.

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