L’ultima corsa di Marieke Vervoort

| La campionessa belga paralimpica, 40 anni, ha chiesto l’eutanasia, dopo aver con vissuto per decenni con il dolore

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“Wielemie”, come tutti chiamavano Marieke Vervoort, campionessa belga paralimpica, si è arresa: a 40 anni ha scelto di mettere fine alla sua vita attraverso l’eutanasia. Una decisione che non aveva mai nascosto, ribandendola per l’ultima volta lo scorso settembre, quando sul circuito di Zolder, dopo un giro a bordo di una Lamborghini Hyracan Race, aveva stupito tutti con un commento che adesso suona come una decisione ineluttabile: “Ho realizzato parecchi sogni in vita mia, e questo era l’ultimo”.

Era nata con l’uso completo degli arti, ma a 14 anni Wielemie scopre di essere affetta da una rara malattia muscolare degenerativa che le distruggeva gli arti durante la crescita. I medici non sono mai riusciti a individuare con certezza le cause della malattia e dei dolori devastanti che attraversavano il suo corpo: secondo alcune ipotesi poteva essere stata scatenata da una deformità tra la quinta e la sesta vertebra, ma non c’erano certezze. “Non accettavo di finire su una sedia a rotelle, ma non ho avuto scelta: ora sono paralizzata fino al seno. Ho un cuore forte, ma gli antidolorifici non fanno più niente: mi hanno fatto così tante iniezioni che a volte il liquido entra ed esce fuori poco dopo”.

Ma questo non le aveva impedito di dedicare l’esistenza allo sport: pratica basket su sedia a rotelle, nuoto e triathlon. Due volte campionessa del mondo di Paratriathlon, vince un oro e un argento alle Paralimpiadi di Londra 2012 e altre due a Rio quattro anni dopo, dove in una conferenza stampa ammette per la prima volta di pensare all’eutanasia se il dolore fosse diventato insopportabile. “Quando arriverà il momento in cui avrò più giornate negative che positive, giocherò la carta dell’eutanasia, ma quel momento non è ancora arrivato”, aveva commentato pochi mesi dopo. Ma la decisione era già stata presa da tempo: nel 2008 Marieke aveva firmato la documentazione legale che autorizzava i medici a mettere fine alla sua esistenza, come previsto dalla legge belga.

Gli amici, i compagni di squadra e la famiglia sapevano tutto: nel 2017, la tetraplegia degenerativa che le dava convulsioni e paralisi si era trasformata in dolori insopportabili.

In un’intervista telefonica al “Telegraph”, poche settimane fa, la Vervoort ha raccontato che il suo stato di salute, già precario, stava peggiorando: “Un oculista mi ha visitato dicendo che ho quasi perso del tutto la vista da un occhio. E non c’era niente che potesse fare, perché il problema veniva dal mio cervello. Poi un neurologo è rimasto al mio fianco tutta la notte, mentre io avevo uno spasmo dopo l’altro: non si trattava di una crisi epilettica, ma solo del mio corpo che urlava per il troppo dolore. Mi stava avvisando di aver esaurito tutto quello che poteva fare per me”.

Nel suo ultimo post su Instagram, diffuso dalla sua camera al quinto piano dell’ospedale universitario di Bruxelles, Wielemie ha voluto divulgare una sua foto in gara accompagnata da una frase di commiato: “Non si può dimenticare il passato”. Viveva con Zenn, un labrador addestrato per darle assistenza.

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