Sofia Shapatava: «Il tennis potrebbe non sopravvivere alla pandemia»

| La tennista georgiana, numero 375 al mondo, lancia l’allarme: “Ci sono professionisti di fascia medio-bassa che non riprenderanno a giocare. La pandemia ha tolto i veli ad un mondo in cui pochi guadagnano e molti faticano”

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Sofia Shapatava ha guadagnato 2.900 dollari nei primi tre mesi di quest’anno. E non ci sono altri soldi in arrivo, perché il tennis professionistico non riprenderà fino al 7 giugno. Prima viaggiava per il mondo, ora è bloccata insieme ai suoi genitori a Tblisi, la sua città natale, in Georgia, e ha il dubbio che la sua carriera professionistica sia arrivata alla fine. Non c’è molto da fare durante l’isolamento in un appartamento con quattro camere: non c’è un giardino o cortile, solo un parcheggio. “Tutto quello che posso fare è mettere la testa fuori dalla finestra”.

Più a lungo resterà confinata, più le sue prospettive future cambieranno, e il tempo passa lento per uno sportivo costretto all’inattività. Un membro della sua famiglia è morto dopo essere stato infettato dal virus, sua sorella vive a New York, l’epicentro di una pandemia che ha ucciso migliaia di persone e che ha fatto traboccare gli obitori della città. “Il cugino di mia madre si è infettato ed è morto. È stato molto deprimente perché lo conoscevo da quando ero bambina. Conosco molti giocatori italiani che sono a casa da più tempo di me e credo che anche per loro sia sempre più difficile pensare al futuro. È triste ed è molto strano, è come un libro di fantascienza, siamo tutti piuttosto depressi”.

È la gravità della sua situazione, come quella di altri giocatori professionisti di livello medio-basso, che ha spinto la Shapatava ad avviare una petizione online per chiedere aiuto finanziario alla “International Tennis Federation”, destinato ai giocatori che faticano a pagare le bollette. Ad oggi, quasi 2.000 persone l’hanno firmata.

“È molto difficile da capire, perché visto da fuori sembra uno sport ricchissimo, ma un giocatore professionista non ha un reddito fisso e non dipende da alcuna organizzazione”. La Shapatava viene pagata quando gioca. Il suo abbigliamento sportivo, le racchette e le corde sono sponsorizzati, ma non ci sono ricompense economiche. Mentre a certi livelli è normale che un giocatore sostenga il suo staff tecnico, per la Shapatava vale l’opposto: il suo allenatore tedesco la aiuta economicamente.

“Ho parlato con tanti giocatori e ho un paio di amici che questo mese non sanno come pagare l’affitto. Una petizione è un modo per farsi sentire: io non pretendo nulla, sto solo cercando di attirare l’attenzione perché l’ITF possa sostenerci in un momento difficile. Paghiamo multe per tutto, se facciamo qualcosa in campo o ci ritiriamo da un torneo, quindi penso che, in un certo senso, potrebbero restituirci qualcosa”.

La Shapatava ha iniziato a pensare a una petizione il mese scorso, quando il tennis professionistico è stato sospeso, proprio mentre si preparava ad entrare in campo durante un torneo a Olimpia, in Brasile. Gli organi federali non si sono consultati con i giocatori, e neanche si sono offerti di rimborsare coloro che già faticano a sostenere i costi astronomici delle partecipazioni ad uno sport diventato globale. “Molti atleti hanno speso un sacco di soldi per arrivare lì e non sono stati pagati. Ma non possiamo neanche più lavorare, non possiamo giocare partite nei club, che insieme al lavoro di allenatore rappresenta la più grande fonte di reddito per i giocatori di tennis di fascia bassa”.

L’ITF, che si descrive come un’organizzazione no-profit, ha replicato di avere allo studio una serie di misure per salvaguardare i posti di lavoro che includono uno schema di protezione per i dipendenti e l’utilizzo delle riserve economiche della federazione. L’organizzazione sta anche esaminando varie opzioni per sostenere le federazioni nazionali e i singoli giocatori, impegnandosi a “fornire maggiori informazioni una volta completato il processo di valutazione”.

Il basso premio in denaro offerto in occasione di eventi più piccoli e i costi di viaggio fanno sì che i giocatori al di fuori dei primi 100 spesso vivano affrontando enormi sacrifici. Secondo alcuni, un giocatore dovrebbe incassare circa 200mila dollari all’anno per essere certo di sopravvivere: in tutta la sua carriera, la Shapatava ha guadagnato 354.725 dollari in premi in denaro. Gareggia principalmente nell’ITF Women’s World Tennis Tour, un circuito composto da 500 tornei professionali di livello base e intermedio che garantiscono cinque livelli di premi in denaro: 15.000, 25.000, 60.000, 80.000 e 100.000 dollari. Solo quest’anno ha giocato a Las Vegas, California, Kentucky, Michigan e Francia, ma il massimo che ha vinto in un torneo sono 926 dollari. In tempi normali, avrebbe integrato i guadagni giocando tornei di club in Germania e in Francia.

Ma la sua lotta non è solo per i soldi, è per il futuro dello sport che ama: “Ecco perché mi sto sforzando così tanto di farmi sentire”. Le disparità economiche tra i tennisti è sempre stata molto netta: da lungo tempo si sostiene che non ci sono abbastanza soldi per arrivare a quelli più bassi in classifica, e la pandemia ha semplicemente accentuato questa distorsione.

L’anno scorso, Roger Federer ha affermato che avrebbe messo il suo impegno per assicurare ai giocatori che occupano i gradini più bassi del ranking una quota maggiore dei premi in denaro stabiliti dall’ATP Player Council.

Diverse organizzazioni, ognuna con responsabilità, ricavi e stakeholder diversi, sono responsabili nella gestione del tennis. Per le donne c’è l’ITF Women’s World Tennis Tour e il WTA Tour, 53 tornei e quattro grandi slam dove si sfidano le giocatrici più celebri e ricche. Steve Simon, presidente e amministratore delegato della WTA, ha dichiarato: “Vorremmo che ci fosse un modo in cui tutti, specialmente chi ha più bisogno, potesse essere ricompensato meglio, ma le esigenze sono enormi e la WTA non è in una posizione finanziaria tale da garantirlo”. Ha anche aggiunto che si sta pensando di prolungare la stagione di 44 settimane in modo che quest’anno possano svolgersi più tornei.

“La differenza tra il livello più basso e quello più alto è enorme. È qualcosa che è nel sistema stesso, e quando ci entri sai bene sai in cosa ti stai cacciando, ma in questo momento la situazione non riguarda lo sport, riguarda la vita. I primi 50 giocatori della classifica maschile e femminile sono più o meno 100 persone, ma in classifica ci sono 3.000 giocatori, fra uomini e donne. Se il 50% dei tennisti sarà costretto ad abbandonare per guadagnarsi da vivere in altro modo, non credo che il tennis sopravviverà. I miei genitori non sono i più giovani, ho delle bollette da pagare e persone da mantenere, il mio allenatore non è un miliardario e non può mantenermi per sempre, la mia posizione in classifica è piuttosto bassa per diventare un reddito, e se non gioco e non mi alleno non avrà alcun senso che il prossimo luglio spenda soldi per partecipare ad un torneo. Devo prima di tutto trovare un modo per guadagnare dei soldi e poi, se mi sarà possibile, forse giocherò di nuovo, magari in autunno, ma sarà molto difficile. Non credo ci siano molti professionisti che abbiano il coraggio di tornare a giocare come una volta, soprattutto quelli che hanno lottato contro infortuni, o che in questo momento si rendono conto che sentirsi sportivi professionisti significa semplicemente non sapere come campare. Tutto questo non è giusto, ma fin quando il sistema andava avanti in modo veloce e forsennato, nessuno se ne accorgeva. Ora si vedono tutti i limiti, tutte le righe del campo”.

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