Addio all’eroe di Ground Zero

| L’11 settembre del 2001, l’agente Louis Alvarez era stato fra i primi a intervenire: per tre mesi aveva respirato una nuvola malefica che nel 2016 si è trasformata in un brutto male

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A 53 anni, e soprattutto a 18 dal tragico e devastante attentato delle Torri Gemelle di New York, se n’è andato Louis Alvarez, eroico agente di polizia che l’11 settembre del 2001 era stato fra i primi a sfidare controcorrente la nuvola di polvere e macerie che avvolgeva la gente che fuggiva disperata, per prestare soccorso. E lì era rimasto per tre mesi, a scavare sperando di salvare ancora qualcuno, portando fuori di continuo i resti umani che trovava perché altri gli dessero un nome restituendo qualcosa su cui piangere alle famiglie. Come centinaia di altri colleghi e volontari, aveva respirato quella polvere, un velenoso misto di morte, vetro, cemento, piombo e amianto.

Era grande e grosso, un ragazzone cresciuto ad hamburger e “star and stripes”, innamorato del suo paese e di un mestiere pericoloso, quello del poliziotto, in una città che non scherza mai, come New York. Era nato nell’ottobre del 1965 nel Queens: diplomato alla “McLancy Memorial High School”, si era arruolato nei Marines entrando nel dipartimento di polizia nel 1990. Inizialmente assegnato al 108° distretto di Long Island, nel 1993 viene trasferito alla divisione Narcotici e promosso detective: nel 2004 si era offerto volontario per la “Bomb Squad”, dando le dimissioni nel 2010.

Si è arreso dopo 69 cicli di chemioterapia per combattere il male che l’aveva aggredito nel 2016, comunicando lui stesso qualche giorno fa di essere pronto per un “hospice” a Rockville, Long Island, dopo la l’ultima diagnosi dei medici, che si erano arresi dicendo ‘non c’è altro che possiamo fare’. Stamattina, l’annuncio attraverso i social della moglie Alaine e dei loro tre figli, David, Tyler e Benjamin: “Il nostro guerriero se n’è andato. Ricordatevi sempre le parole a cui teneva di più: ‘prendetevi cura di voi stessi e l’un l’altro’”.

Per quasi vent’anni dalla tragedia dell’11 settembre, Alvarez era diventato un simbolo vivente del senso del dovere, di abnegazione e di attaccamento alla divisa, e fiaccato dalla malattia si era ugualmente battuto come un leone perché sulla tragedia di Ground Zero fosse istituito un fondo che garantisse dignità a chi quel giorno si era ammalato, scoprendolo soltanto anni dopo, e alle loro famiglie, costrette a cure carissime. “Non siamo eroi, abbiamo soltanto fatto la cosa giusta: ora l’America deve fare la cosa giusta per noi”.

L’avevano ascoltato: il fondo era nato nel 2011, con 7,3 miliardi di dollari destinati a risarcire 21mila persone, ma nel 2020, gli avevano detto, si sarebbe esaurito lasciando senza risarcimenti altre 17mila persone, a meno di non avere nuovi fondi. Louis Alvarez era corso a Washington appena qualche settimana fa, presentandosi davanti al Congresso con il volto scavato dalla malattia e la voce stentata: accolto con ogni onore aveva chiesto di autorizzare nuovi stanziamenti, perché le vittime delle Twin Tower non sono solo i nomi incisi sul bronzo delle due vasche della memoria, a Ground Zero, ma le migliaia di persone che da allora continuano ad ammalarsi e morire, coprendo di croci quasi vent’anni di storia americana. Secondo il senatore di New York Chuck Schumer, ormai le morti per malattie legate alla tragedia dell’11 settembre sono molte di più delle vittime stesse di quel giorno bastardo di 18 anni fa.

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Addio all’eroe di Ground Zero - immagine 1
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