Allarme peste a Los Angeles

| I cambiamenti climatici stanno portando ad una crescita esponenziale di ratti e scoiattoli che diventano i veicoli delle pulci il cui morso è responsabile della diffusione della temibile malattia

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Fra i tre diversi quadri clinici in cui si articola la peste, quella bubbonica è una delle peggiori e la più diffusa: ha un’incubazione che può durare un massimo di 12 giorni ed esplode in modo violentissimo. Nell’immaginario collettivo la peste è chiamata la “morte nera”, perché ha costellato il cammino dell’umanità con epidemie che hanno letteralmente decimato le popolazioni colpite.

Si tratta di un’infezione batterica che si concentra sul sistema linfatico e il contagio avviene attraverso la puntura delle pulci dei topi o il morso di ratti e roditori. In pratica, ovunque il livello di sporco superi la soglia di guardia.

È proprio questo il dato sconcertante, perché il giornalista e scrittore David K. Randall ha lanciato un allarme che non riguarda una zona povera e depressa del mondo in cui mancano perfino i servizi essenziali, ma in una civilissima mega-metropoli come Los Angeles, uno degli agglomerati urbani più grandi del mondo.

Secondo Randall, che ha realizzato un’inchiesta per il “Los Angeles Times”, la città californiana è ormai sulla soglia di un’epidemia di peste bubbonica le cui conseguenze potrebbero essere pesantissime. Ma attenzione, perché l’allarme non suona solo per L.A., ma anche per Houston e New York, dove i casi di peste iniziano a preoccupare le autorità sanitarie. E non va meglio in altre parti del mondo: la scorsa settimana, un’epidemia di peste bubbonica dovuta al contatto con scoiattoli malati ha spinto la Russia a chiudere il confine con la Mongolia.

La colpa di tutto questo va in massima parte ai cambiamenti climatici, che ha come causa un aumento vertiginoso di topi e pulci. Nell’ultimo decennio, le popolazioni di ratti urbani sono aumentate dal 15% al 20% in tutto il mondo, grazie alla combinazione fra i cambiamenti climatici e un aumento esponenziale della quantità di rifiuti.

Il numero crescente di roditori non è solo un fastidio urbano: ratti e scoiattoli possono servire da veicoli per le pulci che trasportano il batterio che causa la peste, il temibile “Yersinia pestis”. La malattia è già endemica tra le pulci che si nutrono di scoiattoli in California, Arizona, Wyoming e altri stati. Secondo il dottor Janet Foley, professore di medicina ed epidemiologia all’UC Davis, “Qualsiasi condizione di cambiamento climatico che aumenta il numero di pulci aumenta in proporzione la diffusione della peste”.

Non è una novità: la sanità pubblica delle grandi città americane si trova sempre più spesso a combattere malattie rare e pericolose associate ai ratti. Un dipendente del Los Angeles City Hall che ha recentemente contratto il tifo, ha attribuito la malattia ai morsi delle pulci che ha sofferto a causa dell’infestazione dei ratti dell’edificio in cui viveva, mentre nel Bronx è stato individuato un gruppo di persone affette da leptospirosi, malattia spesso fatale diffusa dalle urine dei ratti. 

Mentre molte grandi metropoli americane si trovano ad affrontare il problema dello spaventoso aumento della popolazione di ratti, a cui aggiungere la crisi che moltiplicato la presenza sulle strade dei senzatetto: sempre più persone, senza saperlo, vivono a stretto contatto con animali che possono trasportare il batterio della peste.

La drastica eliminazione di ratti e scoiattoli ha salvato Los Angeles già in passato: nel 1924, Jesus Lajiun, un uomo che viveva nel centro di Los Angeles, viene punto dalle pulci di un topo: nel giro di sei settimane, quasi tutti coloro che erano entrati in contatto con Lajun durante le 48 ore trascorse fra il momento in cui ha contratto la malattia e la morte, hanno fatto la stessa fine. La scia delle vittime comprendeva non solo i suoi familiari più prossimi, ma anche i vicini di casa. I funzionari sanitari, presi dal panico, hanno messo in quarantena un’area di otto isolati, mentre l’epidemia riusciva a mietere quasi 40 vittime. Temendo l’inizio di una pandemia capace di uccidere milioni di persone, Washington ha dato pieni poteri a Rupert Blue, un ufficiale sanitario federale, per fermare in ogni modo l’epidemia.

Circa 20 anni prima, Blue era stato un ufficiale del “Marine Hospital Service” a bordo di un piroscafo che trasportava ratti infetti in arrivo dalla Cina attraversò il Golden Gate, portando per la prima volta la peste in Nord America. Più di 200 persone morirono nella sola San Francisco mentre politici, medici e media insistevano negando l’epidemia. È stato solo dopo che Blue ha dimostrato che privare i roditori di cibo aveva sradicato la malattia da Chinatown, la città adottò finalmente le misure necessarie. Blu e il suo team hanno debellato più di 2 milioni di ratti, una cifra cinque volte superiore a quella della popolazione umana della città.

Anni dopo, Blu ha seguito un piano molto simile per salvare Los Angeles: la sua equipe medica ha individuato dei ratti infetti in un’area che va da Beverly Hills al porto. Esattamente come aveva a San Francisco, il medico si concentrò non solo sulla scienza dell’epidemiologia, ma anche sulla persuasione, incontrando ogni gruppo civico per sensibilizzarlo sulla necessità di eliminare i ratti. In un anno, più di 200.000 fra topi e scoiattoli furono uccisi in tutta la città, e Los Angeles era ancora una volta libera dalla peste, decretando la fine dell’ultima grande epidemia della malattia registrata negli Stati Uniti.

Eppure la peste non ha mai lasciato la California. Nel 2010, uno scoiattolo infetto trovato in un foresta nazionale californiana ha spinto il Servizio Forestale degli Stati Uniti a chiudere il campeggio di Los Alamos per 10 giorni. Gli ultimi casi confermati nello stato si sono verificati nel 2015, quando a due visitatori dello Yosemite sono stati diagnosticati i sintomi della peste. Ogni anno, una media di sette persone contraggono la malattia negli Stati Uniti: finora, sono stati identificati casi in Wyoming e New Mexico.

Se la peste si sposta in nuove aree dove medici e veterinari non hanno familiarità con la malattia, le vittime rischiano di essere identificate in tempo: “Se la diffusione della malattia cambia, la gente non saprà che vive in una zona ad alto rischio finendo per sottovalutare i sintomi iniziali della peste”.

I programmi di abbattimento selettivo di ratti e scoiattoli in un momento in cui i loro predatori naturali, come coyote e serpenti sono in declino a causa della crescita della popolazione umana, potrebbero impedire l’insorgere di altri focolai: “Lo capisco, è una scelta che va contro la sensibilità moderna, ma non c’è nient’altro da fare che tenere sotto controllo il numero di animali potenzialmente veicoli della malattia”, ha commentato James Holland Jones, professore associato a Stanford.

E non va sottovalutato neanche partire dalle norme più elementari, come il miglioramento dei servizi igienico-sanitari urbani, in un momento in cui il calo dei tassi di vaccinazione stanno minando la salute pubblica. La recente esplosione di focolai di morbillo negli Stati Uniti evidenzia quanto si possa vulnerabili a malattie che si pensava fossero confinate al passato. 

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