Amazon e il protocollo Trump

| Svelato un codice di comportamento per non fomentare la guerra di nervi in corso fra il colosso dell’e-commerce e il presidente in carica. Un’ossessione che parte da lontano

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Di Germano Longo
Un memorandum interno, ad uso e consumo dei dirigenti “Amazon”, per spiegare come comportarsi nel caso che, nel corso di incontri esterni all’azienda, i discorsi cadano sull’operato del presidente Donald Trump. È la mossa cautelativa messa in piedi dal colosso dell’e-commerce guidato da Jeff Bezos, per non fomentare un rapporto che da tempo è teso, complicato e difficile.

Poche regole, a cominciare dalla prima, fondamentale: cambiare discorso il prima possibile. Secondo, dimostrare cortesia e gentilezza, evitare imbarazzi e scene mute, ricordando gli ottimi rapporti di lavoro con l’amministrazione - al pari di quelle che lo hanno preceduto - e se proprio si è messi con le spalle al muro, assicurare che Trump è probabilmente male informato sulle questioni delle tasse che sono alla base dei suoi attacchi. L’ultima spiaggia, battere in ritirata rimandando qualsiasi commento ufficiale all’ufficio relazioni esterne.

I media parlano da tempo di un’avversione profonda di Trump verso l’egemonia di “Amazon”, accusato di diffondere “fake news” e di scambiare le poste americane per un fattorino personale, con costi altissimi per i contribuenti, per di più eludendo le imposte locali e creando un danno incalcolabile a imprese locali, grandi magazzini e supermercati. Accuse per buona parte rimandate al mittente da alcune indagini indipendenti, che hanno evidenziato come la crisi della “US Mail” non dipenda da Amazon, che al contrario genera parecchi profitti.

Veritiera è invece l’accusa della perdita di posti di lavoro nel settore commercio, causata dall’incessante avanzamento dell’e-commerce fra le abitudini d’acquisto del mondo intero. Secondo “CNN Money”, nel giro di pochi anni in America sarebbero letteralmente scomparsi 250mila posti di lavoro. Per contro, ribattono gli analisti, Amazon ne crea di nuovi. Per finire con i vantaggi fiscali, capitolo su cui qualche dubbio c’è: Amazon finora ha evitato abilmente di pagare tasse locali all’interno di stati dove fisicamente non è presente, ma che è in grado comunque di coprire e rifornire. Un vantaggio che si è comunque eroso molto con l’apertura di diversi centro di smistamento che impongono al colosso l’obbligo della tassazione locale.

In più, Trump nutrirebbe un’antipatia personale nei confronti di Jeff Bezos, secondo “Forbes” e “Bloomberg News” l’uomo più ricco del pianeta, con un patrimonio stimato in quasi 100 miliardi di dollari che si lasciano alle spalle Bill Gates, ormai ex paperone dell’economia americana.

Un’ossessione che si è fatta sentire anche in borsa, dove pochi mesi fa Amazon ha perso 60 miliardi di valore di mercato. Secondo i ben informati, l’odio di Trump partirebbe da lontano, dal fatto che Bezos sia proprietario del “Washington Post”, quotidiano che spesso ha lo attaccato in modo pesante. Anche il “New York Times” non ha mai risparmiato bordate al presidente in carica, ma ci sarebbe una forma di rispetto per il quotidiano della sua città, che al contrario Donald non sente di dovere a quello di Washington.

Ma tutto questo, agli analisti politici più avvezzi, sembra anche un’abile mossa politica, per mostrare un presidente che sia dalla parte di chi ha perso il lavoro, totalmente schierato dalla parte della middle-class, quella più penalizzata dalla rivoluzione digitale del retail.

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