Amy Dorris, l’ex modella che accusa Trump di molestie

| Dopo 23 anni di silenzio, ha raccontato l’aggressione dell’allora tycoon nella suite agli US Opend i Tennis del 1997. “Lo dovevo alle mie figlie, che stanno diventando donne”

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Ops, lo scandalicchio pre-elettorale proprio non ci andava. Per carità, nulla che possa turbare Donald Trump, abituato a negare ben altro, ma nella mente dell’americano mediamente bacchettone, anche se i tempi della Lewinsky sotto la scrivania di Clinton sono cambiati, resta comunque una macchietta.

Succede che il “Guardian” inglese sia riuscito a rintracciare Amy Dorris, ex modella che nei roboanti anni Novanta non passava certo inosservata. Amy, oggi 48enne madre di due gemelle che vive in Florida, ha raccontato per la prima volta la sua esperienza al quotidiano inglese 15 mesi fa, ma non era certa di volerla rendere pubblica. Di recente si è sentita pronta a svelare l’incontro con quello che allora era solo un ricco palazzinaro newyorkese un po’ sbruffone, che qualche decennio dopo il destino avrebbe voluto sulla poltrona in pelle della Casa Bianca. Per andare subito al nocciolo della questione era il 5 settembre 1997, al “Jean King National Tennis Center” di Flushing Meadows, New York, dove si giocava la 116esima edizione degli US Open di tennis.

Amy era in compagnia dell’editore Jason Binn, il fidanzato di allora, Trump invece ai tempi aveva 51 anni ed era sposato con Marla Maples, la seconda moglie in carica dopo Ivana. Abitavano a Boca Raton, in Florida, e stavano trascorrendo un weekend lungo a New York durante il qualche avevano incontrato più volte Trump, amico del fidanzato. Si erano dati appuntamento negli uffici personali del tycoon, all’ultimo piano della “Trump Tower”, e al gruppo si erano uniti altri amici, anche loro ospiti della lussuosa suite privata del magnate, dotato di balcone con vista sul campo centrale.

Tutto accade quando Amy va in bagno per inumidire una lente a contatto che le dava fastidio: all’uscita, da dietro ad una parete un po’ nell’ombra, compare Donald, parecchio su di giri, se è chiaro il concetto.

“All’inizio pensavo che stesse aspettando per andare in bagno, ma non era così. Mi ha infilato la lingua in bocca a forza mentre tentavo di spingerlo via. Sentivo le sue mani che mi stringevano sui seni, sul sedere, ovunque. Ho spinto la sua lingua fuori con i denti, credo di avergli anche fatto del male. Mi sono sentita violata, ma non avevo ancora elaborato quanto era successo, volevo solo tornare fra i miei amici, pensando forse che avrei dimenticato ogni cosa”.

Pochi giorni dopo, ancora incredula, Amy chiama la mamma al telefono e le racconta l’accaduto: lo stesso, nei giorni successivi farà con il fidanzato, a cui chiede di dire a Trump di lasciarla in pace, ad altri amici e ad un terapista, a cui qualche settimana dopo sente il bisogno di rivolgersi. A supporto della sua storia, Amy conserva il biglietto d’ingresso degli US Open e alcune foto che la mostrano in compagnia del fidanzato e di Trump.

Il giorno successivo, su insistenza del compagno, la coppia torna ancora nella suite riservata di Trump, ma lei sceglie di indossare un abbigliamento assai casto, nella speranza di scoraggiare ulteriori avances. Ma il polipone arancionato non molla e nel suo ufficio trova il modo di sussurrarle “Ti piacerebbe vivere qui?”. Due giorni dopo, l’8 settembre 1997, il gruppo partecipa ad una funzione commemorativa in ricordo di Gianni Versace, ucciso qualche settimana prima a Miami. È l’ultima volta in cui Amy vede il palazzinaro newyorkese.

Alla domanda sul perché abbia continuato a incontrare Trump nei giorni successivi alla presunta aggressione, la donna ha risposto: “Ero sola con Jason, non conoscevo nessuno, non avevo soldi e non avevo un posto dove andare”.

Ma fa un errore di cui si è sempre pentita: non denuncia Trump. Lo stava per fare nel 2016, quando una sequela di donne svelano le loro disavventure con l’allora candidato repubblicano alla presidenza, ma ancora una volta si blocca, pensando che non sia giusto mettere in imbarazzo la sua famiglia.

Ma a 23 anni di distanza, con le due gemelle che si avviano a diventare donne, la coscienza di Amy Dorris pretende giustizia: “Voglio che le mie figlie imparino a non subire e a non permettere mai a nessuno di fare qualcosa che non desiderano. Voglio diventare un modello per loro e insegnare che prima o poi certe cose si pagano. Ma sono anche stufa di vedere che Trump la fa franca ogni volta, e di restare in silenzio. È un esercizio catartico, voglio liberarmi di questa storia facendola uscire, e voglio che l’America tenga bene a mente che razza di uomo è il nostro presidente”.

Con una stima un po’ approssimativa, sono circa 25 le donne che nel tempo hanno accusato Trump di molestie, avances e violenza sessuale: “Più dei funzionari del suo staff”, commenta ironico il “Guardian”. A parte Stormy Daniels e Karen McDougal, regolarmente retribuite, l'elenco comprende Jessica Leeds, vicina di poltrona su un volo per New York, aggredita all’improvviso, Samantha Holvey, guardata con tale insistenza durante una sfilata da farle provare imbarazzo, Rachel Crooks, aggredita negli ascensori della Trump Tower, Mindy McGillivray, modella palpata nel resort di Mar-a-Lago, stesso trattamento riservato all’ex Miss Washington Cassandra Searles.

Attraverso i suoi legali, Donald Trump ha prontamente negato con la massima fermezza di aver mai molestato, abusato o di essersi comportato in modo improprio nei confronti di Amy Dorris. Che a dire il vero ricorda appena, come tutte le altre.

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