Chiuse le indagini
sulla strage di Las Vegas

| Stephen Paddock agì da solo, pianificando il massacro in ogni dettaglio. Ma la parte peggiore è che non è stato possibile trovare uno straccio di movente

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Punto e a capo. A 16 mesi di distanza dal massacro di Las Vegas, l’FBI ha chiuso l’inchiesta sulla folle sparatoria di Stephen Paddock, l’uomo di 64 anni che dalla sua camera, al 32esimo piano dell’hotel “Mandalay Bay Resort”, la sera del 1° ottobre 2017 ha falciato la vita di 58 persone, ferendone altre 851, prima di spararsi alla tempia senza lasciare neanche una riga o un frammento video che spiegasse il perché.

E la conclusione delle indagini, se possibile, è altrettanto agghiacciante: “Non si trattava di colpire un albergo, un casinò o un evento in un luogo preciso: l’intento era di fare il massimo dei danni possibili per avere in cambio una forma di infamia e arrivare alla morte”. Le parole di Aaron Rouse, l’agente speciale dell’FBI che da 16 mesi scandaglia l’esistenza di Stephen Paddock, sono una sorta di resa: “Non c’è alcun movente: banalmente e tristemente, è tutto qua”. Follia pura, innescata non si saprà forse mai da cosa, il corto circuito della mente di un ex uomo d’affari benestante, assiduo frequentatore dei casinò di Las Vegas, astemio, nessun contatto con gruppi terroristici e nessun fanatismo, ma in compenso una lucidità che dimostra lo studio e la premeditazione di un solo, possibile obiettivo: lasciare questo mondo portandosi dietro quanti più innocenti possibili. Le vittime erano fra i 22mila spettatori che stavano assistendo ad un concerto di musica country di Jason Aldean: qualcuno scambia i primi colpi per fuochi d’artificio, poi il sangue inizia a bagnare il prato di fronte al grattacielo del Mandalay Bay, e si scatena il panico. Per sette lunghissimi minuti, Paddock scarica verso il prato oltre 1.000 proiettili sparando a casaccio.

“Ha agito da solo in tutto, dalla pianificazione all’esecuzione dell’attacco”, aggiunge l’agente Rouse. Gli unici buchi neri emersi dalle indagini sono la figura del padre di Paddock, rapinatore di banche e nella lista dei “Most Wanted” dell’FBI, e le parole del fratello – Eric – che lo definisce narcisista, annoiato e con una gran voglia di diventare celebre per qualcosa. C’è anche il racconto di un venditore d’auto di Reno, a cui Paddock aveva confidato una forma di depressione che stava tentando di curare con dei farmaci. Nei due anni precedenti al massacro, Paddock arriva a spendere 1,5 milioni di dollari togliendosi ogni sfizio e capriccio, compreso l’acquisto di un vero arsenale, fra cui le 23 fra pistole e fucili che quella sera si porta nella stanza del Mandalay Bay per uccidere senza motivo. Forse, voleva esattamente quello che ha ottenuto: essere ricordato per la più grave e sanguinosa sparatoria nella storia degli Stati Uniti.

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