El Chapo progetta la fuga, nessuna concessione

| I suoi legali hanno chiesto due ore d’aria, ma la procura distrettuale di New York ha negato ogni privilegio nel timore che possa progettare una nuova evasione. Il 25 giugno è prevista la sentenza definitiva

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Joaquín Archi Guzmán Loera, per il mondo “El Chapo”, attende dal 12 febbraio scorso, data in cui il tribunale di New York l’ha dichiarato colpevole di 10 capi d’imputazione, l’ammontare della pena da scontare. È rinchiuso in regime di detenzione solitaria in una cella senza finestre di tre metri per 2,5 nell’ala di massima sicurezza del “Metropolitan Correctional Center” di Manhattan, a pochi passi dal ponte di Brooklyn. Da allora, i suoi avvocati fanno di tutto per rendergli più confortevole il soggiorno nelle patrie galere americane, ma senza molta fortuna. Di recente, El Chapo ha fatto domanda alla procura distrettuale di New York per ottenere il diritto a due ore settimanali di esercizio all’aria aperta, tappi per le orecchie e la possibilità di acquistare una confezione di sei bottiglie d’acqua naturale. Richieste che con un minimo di umanità, sarebbero state quasi certamente concesse a qualsiasi prigioniero, ma non ad uno come l’ex signore del cartello messicano di Sinaloa.

La risposta è stata un secco “No” su tutta la linea, ampiamente motivata dal tribunale con il sospetto che la richiesta nasconda i privilegi per riuscire a organizzare una nuova, clamorosa fuga. Nella carriera da detenuto di El Chapo se ne contano ben due: la prima nel 2001, quando con l’aiuto di complici si infila in un carrello della lavanderia ed esce tranquillamente dal centro federale di reintegrazione sociale “La Palma”, dove trova ad attenderlo un’auto con il motore caldo e le portiere aperte. Lo riacciuffano chiudendolo nel più sicuro “Centro Federal de Readaptation Social no. 1”, ma un anno dopo El Chapo si cala nel foro nel pavimento della zona delle docce: 1,5 km di tunnel, con tanto di luce, condotti di aerazione e addirittura una motocicletta per fare più in fretta. Ma per i legali di El Chapo, si tratta di una plateale violazione del trattamento equo e umano previsto dall’ottavo emendamento della costituzione americana. Il detenuto, hanno fatto presente nella richiesta, “soffre per la privazione di contatto con l’aria aperta e 27 mesi di reclusione hanno inciso su psiche e salute”.

La sentenza è prevista per il prossimo 25 giugno: il giudice Brian Cogan ha suggerito tre ergastoli, senza sospensione della pena e scarcerazione anticipata.

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