El Chapo, ultimo indirizzo conosciuto

| L’ADX di Florence, “Alcatraz on the Rockies”, un carcere di massima sicurezza da cui non è mai evaso nessuno. Fra i detenuti alcuni dei peggiori criminali della storia recente americana: è il posto a cui è destinato l’ex narcotrafficante

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Hahi Bagcho, afgano, condannato a 20 ergastoli per traffico di droga, Theodore Kaczynski, 8 ergastoli, l’Unabomber americano, Terry Nichols, uno degli attentatori di Oklahoma City, 161 ergastoli, Zakariya Musawi, membro di Al-Qaeda, 6 ergastoli. Sono alcuni dei prossimi amici di Joaquin Archivaldo Guzman Loera, “El Chapo”, il boss del cartello di Sinaloa che attende di conoscere la pena da scontare dopo la condanna del tribunale di Brooklyn del 12 febbraio scorso. Ma una certezza, El Chapo, ce l’ha già: è probabilmente destinato allo “United States Penitentiary Administrative Maximum Facility” della Contea di Fremont, in Colorado, a sud di Florence, sulla Highway 67.

In America, e nel mondo intero, è conosciuto come il “Supermax” o peggio ancora, “Alcatraz in the Rockies”: è un carcere maschile di massima sicurezza che può contenere fino a 490 detenuti, molti dei quali resi tristemente celebri da attentati terroristici o atti di spionaggio che hanno messo a rischio la sicurezza nazionale. Un posto descritto come durissimo, più volte finito sotto accusa da “Amnesty International”, che in realtà non ha mai nascosto il motivo per cui è nato: nessuna intenzione di riabilitare i detenuti, bensì “proteggere la società dalla loro presenza”. In un’intervista, Robert Hood, direttore dal 2002 al 2005, lo descrisse come un posto che “Non è fatto per l’umanità: è come l’inferno, solo più pulito”.

I detenuti vivono in regime di isolamento per 23 ore al giorno, con monitoraggio continuo attraverso telecamere a infrarossi in celle tre metri e pezzo per due con una finestra di pochi centimetri da cui vedere all’esterno e armadi in cemento armato. Nessun contatto fra detenuti, nessuna attività fisica, nessuna possibilità di partecipare neanche alla messa: un’ora d’aria al giorno in una gabbia circondata da agenti armati. Intorno al carcere, il nulla. Una strada dritta per km, controllatissima dalle telecamere e dove superare le 55 miglia orarie significa vedersi piombare addosso le pattuglie della polizia con le armi spianate. La cittadina, Florence, a quasi 200 km da Denver, 3.653 anime, il 92,77% bianchi, è uno degli ultimi avamposti di umanità prima degli sconfinati boschi del Colorado.

Per El Chapo, l’ADX di Florence rappresenta un bel problema: difficile che gli riescano le rocambolesche evasioni che era riuscito ad architettare nelle prigioni messicane: la prima nascondendosi nel cesto della biancheria, la seconda scavando un tunnel partendo dalla doccia. Difficile anche perché dal 1994, anno dell’apertura, nessuno è mai riuscito a evadere. È dello stesso avviso Thomas Kucharski, professore al “John Jay College of Criminal Justice” di New York: “Possibilità di fuga pari a zero”.

Tante le testimonianze di detenuti che hanno raccontato un’esistenza sfinente. Mahmud Abouhalima, uno degli attentatoti del World Trade Center del 1993: “Passo le giornate seduto in una stanza di tre metri: è il mio mondo, la mia sala da pranzo, il posto in lui leggo, scrivo, dormo, cammino, faccio i bisogni”. Ma diversi anche i casi di detenuti finiti con l’accusare problemi mentali, come Jake Powers, rapinatore di banche che arrivò ad amputarsi un dito e i lobi delle orecchie.

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