Harris VS Pence, il fair-play dei vice

| Più civili e ordinati dei candidati alla presidenza, i due “running mate” non si risparmiano comunque colpi sulla pandemia, le tasse, l’aborto, il clima e la Cina

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Molto più civili dei loro “superiori”. Il giudizio sul dibattito tra i due vice, Kamala Harris e Mike Pence, è unanime. Anche se in realtà lo scontro c’è stato, aspro e anche acceso da momenti in cui i nervi sembravano prossimi a saltare, ma comunque leale. Separate da divisori trasparenti in plexiglass sul palco della Kinsbury Hall della Utah University, a Salt Lake City, si sono viste chiaramente (e finalmente) due visioni opposte dell’America, e soprattutto due posizioni politiche chiare e non mescolate da insulti e attacchi personali, come il penoso e convulso dibattito di Trump e Biden.

La Harris, politica navigata e uomo dal polso sicuro, è partita all’attacco a testa bassa mettendo all’angolo Pence: “La gestione della pandemia si può considerare il più grande fallimento di un’amministrazione nella storia americana”. Difficile darle torto, con più di 7,5 milioni di casi, 210 mila morti e lo stesso presidente azzoppato dal contagio insieme alla Casa Bianca quasi per intero, ma il vice di Trump è costretto a provarci: “Fin dal primo giorno, il presidente ha messo la salute degli americani al primo posto”. La Harris incalza: “Davvero? Sapevate della pericolosità del virus e lo avete nascosto minimizzandone la gravità”. Pence tenta di replicare i blitz di Trump parlandole sopra, ma la replica è talmente secca, gelida e stizzita che il moderatore non quasi mai costretto a intervenire: “Signor vicepresidente, sto parlando io”, lo zittisce più volte Kamala Harris, che tiene a freno la ben nota lingua velenosa su consiglio del suo staff, per non essere etichettata una “nasty black woman”, una donna nera incazzata che potrebbe mettere a rischio l’elettorato bianco.

Pence tenta il colpo accusando la Harris e i Dem di “voler minare la fiducia nel vaccino: smettetela di fare politica sulla pelle della gente”. E la Harris, glaciale: “Quando sarà Anthony Fauci a dirlo, ci crederò”. E i 90 minuti scivolano anche sulle tasse di Trump (“Sarebbe bello sapere a chi deve ancora dei soldi”) e sulla Cina: “Avete perso la guerra commerciale con il dragone: è costata 300 mila posti di lavoro in America”.

A margine, poche ore prima del dibattito, Donald Trump si riprende la scena lanciando dal Rose Garden della Casa Bianca una delle sue perle migliori, sicuramente destinata alla storia di questi mesi: “Mi sento bene: penso che sia stato un dono di Dio che io abbia preso il virus”.

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