I 545 bambini separati dalle famiglie alla frontiera USA

| Di loro, vittime della campagna di “Tolleranza Zero” del 2017, non si sa più nulla. Gli unici ad occuparsene sono un gruppo avvocati e associazioni umanitarie, che tentano di riportare i piccoli alle loro famiglie di origine

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La politica di “tolleranza zero” voluta da Trump nel 2017 per bloccare l’ondata di migranti in arrivo dal Sudamerica si è conclusa un anno dopo, ed è stata in gran parte dimenticata dopo aver scatenato furiose proteste in tutto il mondo. Migliaia di famiglie, per una norma del tutto inumana, sono state separate al loro ingresso negli Stati Uniti: i bambini da una parte, i genitori dall’altra.

Ma secondo alcuni documenti emersi questa settimana, lo strascico di quei momenti ha lasciato un’eredità pesantissima che sta riaccendendo le polemiche sulle conseguenze di una scelta politica che ricorda i momenti più bui della storia dell’umanità. Il documento è in realtà la denuncia di un gruppo di avvocati per i diritti civili che da allora non hanno mai smesso di lavorare per rimettere insieme i pezzi di nuclei familiari separati con la forza. Il risvolto peggiore di tutto questo è il destino di 545 bambini non si sa più nulla. Una statistica sconcertante ma fin troppo familiare per chi è coinvolto in uno sforzo internazionale comune che il solo scopo di aiutare le famiglie a ricomporsi ed evitare a migliaia di piccoli innocenti di finire negli elenchi delle persone scomparse. La pandemia, che rende più difficile ogni spostamento, non è d’aiuto ma non ferma il lavoro di squadre che battono a tappeto Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Messico ed El Salvador in una penosa conta fra chi c’è e chi ancora manca. “È un fenomeno che interessa molte famiglie e fin quando i genitori di ogni bambino non saranno individuati, per noi non sarà finita”.

Le informazioni su cui basarsi quando inizia una ricerca sono poche e quasi sempre imprecise: in genere si inizia con il nome di un bambino e quello di un genitore, e con l’ultima posizione nota di quest’ultimo, ma spesso si tratta di dati che nessuno ha mai aggiornato. Quando i volontari raggiungono i villaggi e i piccoli centri del Sudamerica da cui la famiglia era partita, provano ad avere notizie in più da chi guida le comunità, nella speranza che possano indirizzare le ricerche nella giusta direzione. Ma capita spesso che le famiglie d’origine siano diffidenti: sono genitori che lottano da anni per riavere i loro figli, ma si sono arresi perché nessuno gli ha mai dato retta. La conferma che il loro piccolo è stato rintracciato arriva in genere con una videochiamata, che scatena lacrime di gioia.

In tutto questo, la Casa Bianca ha tentato di minimizzare il fenomeno e i rapporti che parlano di nuclei familiari disgregati, sostenendo che l’amministrazione ha fatto tutto il possibile per riunire le famiglie. “La triste verità è che molti di loro hanno rifiutato di riaccogliere i loro figli”, ha commentato il vice segretario ai rapporti con la stampa Brian Morgenstern.

In effetti, sembra che molti genitori siano contenti che almeno i loro figli possano rimanere negli Stati Uniti, dove avranno la speranza di costruirsi un futuro. Ma non per tutti è così: la maggior parte tenta disperatamente di ritrovarli.

“Abbiamo affrontato situazioni diverse: abbiamo visto lacrime di gioia e altre di tristezza. Ci sono genitori che sono in contatto con i loro figli e molti altri che non hanno idea di dove siano finiti”.

Ma anche nelle famiglie che sono riuscite a ricomporsi, le cicatrici della separazione sono evidenti: “Abbiamo visto casi di padri che, quando sono stati separati dai loro figli ricordano i piccoli disperati che imploravano di non essere abbandonati, casi di madri finite in terapia e bambini che si svegliano di notte urlando i nomi dei loro genitori”.

Nan Schivone, direttore legale di “Justice In Motion”, stima che una trentina di avvocati siano coinvolti nel difficile tentativo di riunire i nuclei familiari. “Il problema è che nel 2017, quando l’amministrazione Trump ha deciso di separare le famiglie all’ingresso negli Stati Uniti, non c’era nessun piano per tenere traccia delle famiglie. Più di tre anni dopo, stiamo ancora pagando le conseguenze di tutto questo”.

Il destino dei 545 bambini svaniti nel nulla al momento resta un mistero: “Potrebbero essere stati accolti da qualche famiglia americana, ma anche essere finiti nelle mani sbagliate”. Alla fine del 2018, un comitato direttivo nominato da un tribunale, composto da avvocati e associazioni umanitarie, ha rintracciato la maggior parte dei genitori degli oltre 2.800 bambini rimasti sotto la custodia del governo dal 26 giugno 2018, il giorno in cui il giudice distrettuale Dana Sabraw ha ordinato al governo di fermare le separazioni familiari e ordinato l’obbligo di riunificare tutte le famiglie che erano state separate. E solo allora si è scoperto che non esisteva alcun registro o database che permettesse di risalire al nucleo familiare.

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