Impeachment: senza esclusione di colpi

| In meno di due settimane dalla richiesta di avviare la procedura contro Trump, una serie infinita di colpi di scena, accuse, insulti e sondaggi stanno avvelenando la politica americana

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Statisticamente, una delle grane politiche con meno certezze negli Stati Uniti è l’impeachment. La procedura, prevista dalla Costituzione americana per rimuovere un presidente in carica, è decisamente merce rara: finora è stata utilizzata solo due volte, nel 1868 contro Andrew Johnson, accusato di aver violato i limiti dei suoi poteri rimuovendo il ministro della guerra, e alla fine degli anni Novanta per Bill Clinton, coinvolto con tutte le scarpe nel “caso Lewinsky”, la stagista con cui ebbe una lunga relazione sessuale. In mezzo, nel 1974, Richard Nixon l’aveva solo sfiorata, preferendo dimettersi prima che scattasse, sull’onda del “Watergate”. Ma di fatto, nessuno è mai stato rimosso dal suo incarico.

Secondo molti analisti, con Donald Trump potrebbe essere la volta buona, visto che a nemmeno due settimane dalla richiesta formulata dalla speaker della camera Nancy Pelosi, i colpi di scena sono così tanti – e pesanti – da trasformare l’impeachment in una delle peggiori minacce mai lanciate verso la Casa Bianca.

La stampa americana si è schierata compatta contro il presidente, mettendo in atto una campagna di indagini e scoop che suona un po’ come la vendetta dopo anni di attacchi, insulti e minacce lanciati dai celebri tweet di Trump, che numeri alla mano, da quando è scattata la procedura di impeachment ha aumentato la dose giornaliera di veleni.

Il pasticcio, ribattezzato “Ucraina-gate”, nasce intorno ad una telefonata fra Trump e il presidente Volodimir Zelenskij in cui il primo aveva chiesto al secondo un favore personale: un’inchiesta sul figlio di Joe Biden, temibile rivale Dem nella corsa alla rielezione. Biden, ovviamente, cavalca al meglio la spinta bollando Trump come “bugiardo e corrotto”, e minacciandolo di “suonarlo come un tamburo alle prossime elezioni”. 

Ma questo è il meno, fa parte della retorica politica tipica degli americani, che in fondo all’anima restano sempre degli amabili cowboy. Il peggio sono i “whistleblower”, termine che da queste parti andrebbe tradotto come “segnalatore di illeciti”. In pratica, qualcuno che denuncia attività fraudolente e/o irregolarità all’interno del governo. Dopo il primo, protetto da anonimato, ne è spuntato fuori un secondo, e anche lui avrebbe informazioni dirette sull’ormai celebre telefonata del 25 luglio scorso fra Trump e Zelenskij. Non ha ancora reso ufficiale la propria denuncia, ma pare sia pronto a farlo nelle prossime ore.

Poi c’è la ridda dei testimoni, che inizia con Kurt Volker, ex inviato della Casa Bianca in Ucraina, che dopo essersi dimesso ha rivelato una serie di messaggi fra il presidente e diversi diplomatici americani in Europa, in cui il tenore sarebbe: valutiamo bene se sospendere il pacchetto di aiuti all’Ucraina. Per i media americani la prova che mancava, quasi la celebre “pistola fumante”, come viene definita la flagranza di reato.

Trump, messo in un angolo, non molla, anzi rincara la dose giocando al rialzo: ho chiesto anche alla Cina e all’Australia di indagare su Biden. Tipica teoria trumpiana: un reato commesso alla luce del sole diventa meno reato. Dimentica che la richiesta di aiuto a qualsiasi potenza straniera in America è un reato, e anche piuttosto grave. Poi, nel corso di una recentissima conference call, Trump avrebbe tentato il gioco delle tre carte: quella telefonata non volevo neanche farla, aveva insistito Rick Perry, segretario all’energia.

E merita un angolino anche Mitt Romney, repubblicano come Trump ma non proprio un suo ammiratore, che ha definito “sbagliata e spaventosa” la telefonata, ricevendo in cambio una serie di insulti che è meglio non tradurre. Non è il solo Repubblicano ad essere molto perplesso: fra gli indecisi se saltare il fosso dell’impeachment ci sarebbero Mark Amodei del Nevada, Fred Upton del Michigan, Will Hurd del Texas, Adam Kinzinger dell’Illinois e la senatrice Susan Collins del Maine.

All’orizzonte spunta anche George Conway, marito di Kellyanne, “Counselor to the President” che, avendo notizie di prima mano, non esita a definire Trump un “malato mentale con disturbi narcisistici della personalità e affetto da psicopatia”: secondo lui, l’impeachment è una perdita di tempo, bisognerebbe passare direttamente al 25esimo emendamento, quello che permette di rimuovere il presidente di peso.

Per finire con i sondaggi, pane e companatico di qualsiasi sistema politico: secondo l’Economist, il 44% degli americani è per l’impeachment, 43% per “Politico” e l’HuffiPost, 47 per la CNN, 49 per NPR/PBS e addirittura 55% per la CBS.

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