In un libro la verità sull’Ucrainagate

| Imbarazzo fra i Repubblicani per il libro di John Bolton, che svelato in anteprima dal New York Times dice di avere le prove che gli aiuti all’Ucraina furono bloccati per pretendere un’inchiesta sui Biden

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Trump ci era quasi riuscito: sull’impeachment stava miseramente calando la morbosa attenzione dei media internazionali, come tutte le questioni che dopo un po’ danno alla noia perché non succede più nulla, al pari dell’infinita Brexit degli inglesi. Ma la realtà americana è spesso simile ai loro stessi film, con i colpi di scena improvvisi che cambiano tutto.

A dare nuova spinta e vigore alla procedura di messa in stato di accusa, per giorni e giorni impantanata in parole, discussioni e dibattiti infiniti, serviva qualcosa in più, un’impennata, la scossa capace di far tremare il prezioso vasellame della Casa Bianca e gli enormi lampadari in cristallo di Capitol Hill. Un sussulto che è arrivato puntale, disseminato in 528 pagine per di più firmate da John Bolton, classe 1948, un nome che pesa: avvocato di lungo corso di Baltimora ed ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite, era stato voluto da Trump in persona nella sua squadra di fedelissimi il 9 aprile 2018 come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, e licenziato senza preavviso il 10 settembre dell’anno successivo. Come spesso accade a chi passa attraverso la “cura Trump”, Bolton non l’ha presa affatto bene, e lasciando la White House dev’essersi accorto di un paio di sassolini appuntiti rimasti nelle scarpe.

Sassolini diventati macigni nelle pagine di “The Room Where is Happened”, letteralmente “la stanza dove tutto è successo”, un titolo a cui servono poche spiegazioni. Il volume, atteso nelle librerie il prossimo 17 marzo, è finito in anteprima nelle mani del “New York Times” che ne ha dato ampie anticipazioni, avvisando che contiene la possibile “svolta” dell’impeachment, la “smoking gun”, la pistola fumante che nei gialli serve alla polizia per incastrare l’assassino.

Nel caso di Bolton, ci sarebbe la prova definitiva che le ricostruzioni dell’Ucrainagate erano reali e fondate: Donald Trump avrebbe davvero trattenuto 391 milioni di dollari in aiuti militari approvati dal Congresso e promessi all’Ucraina fin quando il governo non avesse aperto un’indagine sul suo rivale Dem Joe Biden e suo figlio Hunter. Un colpo alle ginocchia del team di avvocati di Trump, che ha basato tutto l’impianto difensivo sull’idea che il blocco del denaro non fosse una merce di scambio, ma il frutto di una preoccupazione che Trump, da statista di razza, nutriva sulla dilagante corruzione dell’Ucraina.

Scendendo nel dettaglio, il volume rivela che nell’agosto 2019, nel corso di una riunione, Bolton aveva introdotto nel panel delle questioni da discutere proprio il pacchetto di aiuti all’Ucraina, ancora bloccato, esprimendo la propria preoccupazione perché la scadenza del termine era ormai prossima. Ma Trump era stato inamovibile, affermando che non avrebbe dato ordine di sbloccare nulla fin quando non avrebbe avuto notizia dell’avvio dell’indagine ai carico dei Biden. Bolton si era permesso di insistere, temendo le ripercussioni di uno stanziamento deciso dal Congresso: come lui la pensavano il segretario di Stato Mike Pompeo e il segretario alla difesa Mark T. Esper, ma Trump era stato inflessibile, ricordando a tutti che nel 2016 l’Ucraina aveva apertamente fatto il tifo per Hillary Clinton, e come tale andava considerato un paese politicamente ostile.

Non basta ancora: tempo dopo Pompeo avrebbe confidato a Bolton che le accuse mosse contro l’ambasciatrice americana in Ucraina, Marie Yovanovich, erano del tutto false e create ad arte da Rudy Giuliani perché considerava la diplomatica un elemento di fastidio per alcuni “dei suoi clienti”.

Anche il procuratore generale William Barr avrebbe confidato a Bolton diversi timori: Trump sembrava intenzionato a concedere favori ai leader di Cina e Turchia influendo su alcune indagini in corso nel Dipartimento di Giustizia.

Parallelamente a tutto questo, come, quando e perché il libro sia finito nelle mani del NYT resta un mistero: secondo il regolamento, Bolton aveva depositato alcune copie in anteprima alla divisione del Consiglio di Sicurezza Nazionale che si occupa della gestione dei documenti per l’eventuale revisione e perché verificasse che non rivelava informazioni classificate. Ma visto che Bolton e il suo editore, la “Simon & Schuster”, negano con forza di aver inviato il manoscritto al quotidiano, l’unica alternativa possibile è che sia partito dalla stessa Casa Bianca, per mano di qualcuno che non vede l’ora di vedere Trump uscire di scena. Non sarebbe la prima volta che personale dello staff lavora nell’ombra per fermare il presidente.

Inevitabilmente, le rivelazioni hanno riacceso le possibilità di ascoltare nuovi testimoni al Senato: perché succeda servono 51 voti, e i Dem dispongono solo di 47. Ma la “smoking gun” di Bolton, specchiato uomo di destra e reazionario, sembra aver fatto centro: diversi Repubblicani, come Mitt Romney, Lamar Alexander, Patrick Toomey, Susan Collins e Ron Johson si sono detti favorevoli o molto vicini a esserlo, perché a questo punto vogliono vederci chiaro anche loro.

Furiosa e sprezzante la reazione di Trump: “Non ho mai detto a Bolton che l’aiuto all’Ucraina era legato alle indagini sui Biden: se lui l’ha affermato, è solo per vendere il libro”.

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