La donna che ha beffato New York

| Anna Sorokin, pseudonimo di una ragazza di origine russa, ha conquistato l’upper class di Manhattan fingendosi un’ereditiera tedesca. La sua storia diventerà una serie televisiva

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Di Germano Longo
New York: 8,623 milioni di abitanti secondo l’ultimo censimento del 2017. Pensare di prenderli in giro tutti, uno per uno, può sembrare una storia degna di un film con la trama scritta da gente tosta. Ma la celeberrima teoria della realtà che di tanto in tanto mette la freccia e supera la fantasia questa volta si è materializzata nelle fattezze di Anna Sorokin, nome d’arte di Anna Delvey, 28enne figlia di un modesto camionista, nata in Russia e cresciuta in Germania ma finita a New York con l’idea di mangiarsi per intero la Grande Mela.

Anna Sorokin, il suo personaggio più riuscito, è sotto processo in questi giorni, rischia 15 anni di carcere per una serie di truffe architettate con una semplicità e un’abilità tali da meritarsi la decisione di trasformare la sua storia in un paio di serie che andranno in onda su “Netflix” e “HBO”. Sia chiaro, nessun morto e nessun ferito: Anna è soltanto la più recente interpretazione dei migliori truffatori della storia, la degna erede di gente come Frank Abagnale, il falsario americano raccontato in “Prova a prendermi” (Catch Me if You Can), film di Steven Spielberg del 2002 interpretato da Leo Di Caprio e Tom Hanks.

Di Anna Sorokin, l’upper class di Manhattan si era accorta in fretta: aveva preso alloggio all’11 Howard, uno dei migliori alberghi della penisola, roba da 400 dollari a notte. Dalle sue borse firmatissime uscivano rotoli di dollari che elargiva come coriandoli ai camerieri dei ristoranti più in voga e agli autisti delle limousine che chiamava quando decideva di andare in scena. Inizia a frequentare i posti giusti, i locali che contano e le gallerie d’arte: racconta a tutti di essere l’unica figlia un po’ annoiata di un petroliere tedesco e per ingannare il tempo, quando ne ha voglia, scrive sulle colonne di “Purple”, esclusiva rivista patinata francese diretta dal fotografo Olivier Zahm. Favoleggia amicizie di famiglia con artisti come Christo e Damien Hirts, racconta di qualche problema caratteriale con Peter W. Hennecke, inesistente e rigidissimo avvocato depositario dei 67 milioni di dollari che sono soltanto la minima parte delle fortune di famiglia. Fa amicizia con imprenditori, sportivi e stelle dello spettacolo, organizza cene nel suo ristorante preferito, il lussuoso “Le Coucou”, noleggia voli privati per weekend e pensa di affittare la “Church Mission House”, una delle più antiche prestigiose dimore patrizie, affacciata su Park Avenue. A garantire per lei, racconta a tutti, ci pensa Gabriel Calatrava, figlio dell’architetto Santiago e suo intimo amico.

In un amen, Anna Sorokin diventa una delle influencer e socialite più cool di tutta Manhattan: non c’è vernissage, anteprima o party che osino dimenticarsi di lei. La sua teoria non fa una piega: quando i ricchi riconoscono una di loro, il gioco è fatto. La vedono sborsare 400 dollari per una sistemata alle sopracciglia da Christian Zamora, una celebrità di cui diventa cliente abituale, come nel salone di Sally Hershberg se deve farsi una piega ai capelli. E nessuno si stupisce, quando dice di avere un problema con la risma di carte di credito che si porta appresso, e chiede ai conoscenti un prestito di 60mila dollari per saldare una vacanza esclusiva al “La Mamounia”, resort di Marrakech da 7mila dollari a notte dove arriva in compagnia di una videomaker che avrebbe dovuto realizzare un documentario su di lei. È la prima tranche dei 275mila dollari che Anna riesce a spillare da amici e conoscenti che si fidano di lei e della sua vita da favola. Anticipata da una fama che ormai sfiora la leggenda e dalle credenziali del miglior studio immobiliare di Manhattan, che assicura la solvibilità della ragazza, si presenta anche alla “City Bank” e chiede un prestito da 22 milioni di dollari, raccontando di avere in mente di aprire un club per gente come lei, che trasuda denaro. La banca gliene concede 100mila, scusandosi per l’inconveniente.

A far cadere il castello di carte è proprio la banca, che per essere certa di riavere i propri soldi invia in Svizzera degli ispettori per chiarire se veramente miss Sorokin fosse solvibile come raccontavano i suoi prestigiosi amici. A insospettirsi è anche l’hotel, che di fronte ad un conto che ormai sfiora i 30mila dollari chiede un anticipo: lo riceve tramite bonifico, ma non avendo nessuna carta di credito su cui appoggiarsi le vietano l’ingresso alla suite. Miss Sorokin se ne va sbattendo la porta e minacciando querele: si sposta all’hotel “Beekman”, quindi al “W Downtown” e al “Parker Méridien”, dove lascia sempre gli stessi buchi.

Nel luglio del 2017, il caso di Anna Sorokin debutta sulle colonne dei giornali: viene arrestata e rilasciata su cauzione, ma non perde il vizio. Due assegni scoperti le assicurano altri 8mila dollari con cui vola Malibu, in California. La arrestano il 3 ottobre per riportarla a New York, carcere di Rikers Island: sulla sua testa pendono accuse di furto, truffa aggravata e tentata truffa.

Quando inizia il processo, nel marzo del 2018, la verità è giù sotto gli occhi di tutti: nata il 23 gennaio del 1991 in Russia, nel 2007 si era trasferita a Eschweiler, in Germania, insieme alla famiglia. Nel 2007 vola a Londra per studiare moda al “Central St. Martin College”, ma non ha tempo da perdere. Si sposta a Berlino e poi Parigi, dove entra realmente – ma come semplice stagista stagionale - nella redazione di “Purple”. È il passepartout che le apre l’high society parigina, scalata consacrata da un account Instagram che racimola in fretta 40mila follower. 

Il 9 maggio il Tribunale Penale di New York si pronuncerà sulla condanna: Anna Sorokin, davanti alla legge tornata Anna Delvey, si è sempre dichiarata innocente. Su change.org è stata addirittura lanciata una petizione per chiedere la grazia: “È un’eroina che ha fatto la bella vita rubando ai ricchi”. Niente di che.

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