La resa dei conti di Capitol Hill

| Uno dopo l’altro, i protagonisti della protesta stanno finendo in manette: fra loro emergono numerosi agenti e militari fuori servizio. Contro Trump, sempre più isolato, si compatta il fronte di chi chiede il 25esimo emendamento

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La rivolta del 6 gennaio è un pozzo senza fondo da cui emergono ogni giorno nuovi e sconcertanti dettagli. Gli ultimi si concentrano sulla polizia, messa sotto accusa quasi subito per la tiepida reazione di fronte ai rivoltosi, ma finita ancor più nei pasticci scoprendo che numerosi agenti fuori servizio, e armati, si sono mescolati alla folla inferocita che ha preso d’assalto il Campidoglio. Li hanno riconosciuti e segnalati diversi dipartimenti di polizia in tutta l’America, riconoscendoli nella massa di gente che incredula per essere riuscita a tanto, si aggirava per Capitol Hill facendo selfie.

L’FBI ha fatto partire in tutto il Paese la caccia ai rivoltosi: grazie a 17mila segnalazioni e al mare di video, foto e selfie postati sui social, individuarli non è affatto difficile, ma per evitare di dimenticare qualcuno su tutti gli autobus di Washington sono appese le loro foto, con una taglia di 50mila dollari a chi permetterà di individuare gli uomini incappucciati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza che hanno presumibilmente piazzato delle cariche esplosive.

Gli altri, i volti simbolo della protesta, sono finiti speditamente con le manette ai polsi uno dopo l’altro, prelevati dalle loro abitazioni: un modo per dimostrare il pugno fermo contro chi medita di ripetere la sommossa in occasione dell’insediamento di Trump, ma anche per mettere in pratica quell’efficienza delle forze dell’ordine che a Capitol Hill è mancata del tutto.

Il primo della lista, l’uomo simbolo della rivolta di Washington, è stato Jack Angeli, lo “sciamano” italo-americano che nelle ore successive, temendo il peggio, aveva chiamato l’FBI per scusarsi. Invano.

Come lui, le manette sono scattate ai polsi di Richard Barnett, il 60enne dell’Arkansas che si era impossessato della scrivania di Nancy Pelosi: stessa sorte per Adam Johnson, 36enne della Florida, l’uomo che salutava con la mano mentre si portava via il podio usato dalla speaker della Camera. Insieme a loro altre 11 persone sono finite agli arresti, tutte accusati di insurrezione, violazione e furto, reati che possono costare più di 10 anni di galera. Ma si tratta di una piccola parte, la prima della caccia dei federali, che finora avrebbero individuato una novantina di persone tra cui Derrick Evans, neo deputato repubblicano della Virginia. Ma non è l’unico insospettabile ad aver preso parte all’assalto: tanti hanno riconosciuto un colonello dell’esercito texano, due agenti di Seattle e diversi veterani di guerra e militari fuori servizio.

Per Trump, sempre più solo e isolato, lo spettro del 25esimo emendamento si fa sempre più realistico, dopo che anche il vicepresidente Mike Pence starebbe valutando l’idea se il presidente continuasse a dimostrarsi instabile mentalmente. A spingere per l’opzione una lettera firmata da oltre 100 funzionari del dipartimento di Stato inviata al segretario Mike Pompeo, in cui si chiede la condanna di Trump per incitamento alla rivolta.

Oltre ai democratici compatti e sempre più numerosi che chiedono la rimozione immediata del presidente, si allarga anche il fronte dei repubblicani che hanno scaricato Trump, ormai diventati una ventina. A Fox News ha detto di essere d’accordo Pat Toomey, senatore della Pennsylvania, e prima di lui lo stesso avevano fatto Lisa Murkowski, senatrice dell’Alaska, e Ben Sasse del Nebraska, mentre il leader dei repubblicani Mitch McConnell ha fatto circolare fra i suoi un memo sulle procedure d’urgenza per un secondo impeachment.

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