La storia di un innocente mandato a morte

| L’insistenza degli avvocati di Ledell Lee, giustiziato nel 2017, ha portato a individuare una traccia che corrisponde a un soggetto diverso. Ma i giudici che avevano negato l’esame durante il processo insistono: “L’assassino era lui”

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Ledell Lee non ha mai cambiato versione: “Sono innocente”. È stato mandato a morte in Arkansas il 20 aprile 2017, senza che nessuno lo ascoltasse. Era stato condannato per omicidio nel 1995, due anni dopo l’uccisione della 26enne Debra Reese, strangolata e picchiata fino alla morte con una piccola mazza di legno. Diversi vicini della giovane hanno testimoniato di aver visto Lee nelle vicinanze il giorno del delitto, e questo è bastato alla giuria.

Era il primo detenuto nel braccio della morte giustiziato in Arkansas in più di un decennio, il primo anche di una serie di esecuzioni fissate prima che la fornitura di farmaci per l’iniezione letale scadesse alla fine dello stesso mese. 

A quattro anni di distanza dall’esecuzione, i legali della famiglia Lee affermano che una traccia di DNA che appartiene a qualcun altro è stato rinvenuta sull’arma del delitto, sollevando dubbi inquietanti sulla condanna di Lee. “Se quei risultati fossero stati ottenuti prima dell’esecuzione, sarebbe ancora vivo”, ha commentato l’avvocato Lee Short, che lo ha difeso fino alla fine.

Sono stati i legali che rappresentano la famiglia di Lee, compresi quelli dell’Innocence Project e dell’American Civil Liberties Union, a commissionare il test del DNA sul manico della mazza di legno usata per uccidere Debra Reese. Il DNA rinvenuto sembra corrispondere alle tracce trovate anche su una camicia insanguinata che era stata avvolta intorno all’arma del delitto, ma non è chiaro se il DNA provenga dal sangue o da altro materiale biologico.

Gli avvocati hanno anche richiesto il test per sei capelli trovati sulla scena del crimine e presentati come prova durante il processo: ancora una volta, i risultati escludono con certezza Lee per almeno cinque dei sei capelli.

Nel gennaio dello scorso anno, l’Innocence Project ha rilasciato una dichiarazione in cui si affermava che non c’era “nessuna prova fisica che collegasse direttamente Lee all’omicidio. Nel corso del processo, i risultati erano incompleti e parziali, mentre ora ci sono nuovi profili sufficienti per riaprire il caso e dare giustizia al nome di Ledell Lee, anche se dopo aver commesso una clamorosa ingiustizia”.

Gli avvocati hanno inserito il nuovo DNA nel database nazionale nella speranza di identificare lo sconosciuto, ma al momento non sono state trovate potenziali corrispondenze. Il DNA è stato finalmente testato dopo che gli avvocati hanno intentato una causa nel gennaio 2020 per conto della famiglia di Lee, cercando di ottenere i campioni. La sorella di Lee, Patricia Young, è stata l’unica a commentare la svolta nel caso: “Siamo felici che ci siano nuove prove e fiduciosi che nuove prove possano portare alla verità”.

Quattro anni fa, nel tentativo di rinviare l’esecuzione, l’avvocato di Lee aveva tentato nel corso del processo di appello di ottenere le prove del DNA, ma la richiesta era stata negata. “Il ragionamento del giudice è stato che non avrebbe avuto alcuna importanza, c’erano tre persone che testimoniavano di aver visto Lee nel quartiere nell’ora e nel giorno del delitto”. La data incombente potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale nel rifiuto di far analizzare il DNA: se l’esecuzione fosse stata bloccata in attesa degli esami, i farmaci per l’iniezione letale sarebbero scaduti.

Il giudice Herbert Wright, colui che ha negato la richiesta di sospensione dell’esecuzione, esclude che la scadenza dei farmaci letali abbia influito sulla sentenza: “Non avrei cambiato comunque il verdetto”, indicando altre prove come le testimonianze dirette. Gli ha fatto eco il procuratore generale Leslie Rutledge: “Non è stata mandata a morte la persona sbagliata: Ledell Lee ha ucciso Debra Reese”.

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