Strage di Las Vegas, gli inspiegabili errori della polizia

| Pubblicato il dossier sulla sparatoria del 1 ottobre 2017 con 58 morti e 869 feriti. Gravi ritardi per bloccare il killer asserragliato nella suite. Ha sparato 1100 colpi in 11 minuti. Quante vite potevano essere salvate?

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MICHAEL O'BRIEN

Angosciante interrogativo. E’ accaduto che un uomo, un uomo solo, un pensionato di 64 anni di nome Stephen Paddock, facoltoso imprenditore immobiliare e giocatore d’azzardo, con uno dei suoi quattro pc zeppi di immagini pedopornografiche, un giorno qualsiasi - era il 1 ottobre 2017 - si presentò il 25 ottobre nella hall di un hotel, il "Mandalay" di Las Vegas, con un set di dieci valige cariche di armi automatiche e migliaia di proiettili. Salì verso la sua suite al 32 piano, numero 134-135, e, alle 22.05 di cinque giorni dopo, aveva iniziato a sparare contro la folla di un festival country rock che affollava due vasti parcheggi proprio a tiro dalle due finestre della suite, dopo avere spaccato i vetri a colpi di martello. Paddock, in 11 minuti, esplose 1137 proiettili, uccidendo 58 persone, la più giovane di 20 anni, la più anziana di 67, ferendone altre 869, di cui alcuni alcuni in modo gravissimo e tuttora in ospedale, a più di un anno di distanza, molti invalidi. Era possibile prevedere la strage? Perché la Security e la polizia sono intervenuti con un incredibile ritardo?

ERRORI E RITARDI INSPIEGABILI

In queste ore la polizia di Las Vegas ha reso pubblici molti documenti di un’inchiesta-monstre, chiusa solo nell’agosto 2018 ma senza chiarire molti dei punti più controversi: in migliaia di pagine manca il vero movente della strage. Paddock ha fatto tutto da solo, non aveva idee politiche particolari, non era un fanatico di armi e/o conosciuto come tale (possedeva 23 armi personali, tra cui alcuni fucili semiautomatici modificati per sparare a raffica), non si era confidato con nessuno in modo esplicito, non era pazzo, soffriva di una forma di depressione che non aveva voluto curare con psicofarmaci, usando solo una sostanza contro l’ansia. Aveva di certo una personalità borderline, ma quel che le autorità di polizia hanno voluto trasmettere alla procura distrettuale è un messaggio semplice: impossibile prevedere per le forze di polizia un gesto di questo genere da parte di un uomo qualunque.

UN UOMO INVISIBILE

E’ vero, Paddock aveva avuto un padre rapinatore e violento, tra i ricercati più pericolosi dall’Fbi negli Anni ’60, ma il resto della sua famiglia assolutamente normale: era stato un funzionario statale di alto grado, ramo amministrativo, e subito dopo si era dedicato a investimenti immobiliari assai fruttuosi. In un ultimo viveva in un quartiere residenziale di un sobborgo di La Vegas con la sua compagna di origini filippine, in una villa pagata 370 mila dollari. Era solito giocare per due o tre giorni consecutivi nei casinò di Las Vegas, vincendo o perdendo somme considerevoli. Era un solitario, germifobico, e solo negli ultimi tempi era diventato più instabile, in preda a crisi di ansia e di panico. Nella sua vita di prima non c’era niente di significativo. Un uomo sottile come una lastra di vetro. Eppure, dopo aver messo in sicurezza la sua suite, chiesto una cena in camera, messo in sicurezza il corridoio con una videocamera che controllava l’eventuale arrivo della Security o della polizia, praticato un buco del muro per infilare un’altra videocamera nella stanza vicina, un'operazione rimasta a metà,i s’era messo tranquillamente a sparare, a innaffiare di piombo centinaia di innocenti. Da mesi concepiva un piano del genere. Aveva studiato accuratamente altri raduni popolari in diversi stati del Paese, alla fine aveva scelto Las Vegas, che conosceva meglio. Sul suoi pc e sugli smartphone, oltre a centinaia di immagini pedofile, anche le parole che ha cercato all’ultimo: come ripulire gli hard disk, quando la polizia usa esplosivi, le procedure d’ingaggio delle squadre Swat. Ma neanche un messaggio d’addio, una spiegazione della strage, un pensiero fuori dall’ordinario. Niente. Negli ultimi giorni aveva saldato tutti i debiti di gioco che aveva con i casinò della zona, l’ultima tranche di 13 mila dollari. Sarebbe stato più rassicurante individuare un motivo, uno qualsiasi, per dare un senso all’uccisione di massa più grave di tutta la storia degli Stati uniti. Niente.

ARMATI E IMMOBILI A UN PASSO DAL KILLER

Ed è giocoforza, ora, andare a cercare chi sbagliò, tra gli inquirenti in azione quella notte. Le videoriprese di ore, rimaste nella memoria delle camere in dotazione alla polizia, lasciano esterrefatti. Paddock spara per 11 minuti, mentre l’audio restituisce il crepitio incessante della raffiche: la ragazza alla reception non si muove dal suo posto, mentre continua l’andirivieni dei clienti con si muovono come se niente fosse. Anche nelle camere dei piani gli ospiti dormono o fanno la spola tra la l'ingresso e gli ascensori. La polizia irrompe nella hall. Dopo l’ultima raffica (Paddock si ucciderà con un colpo di pistola alla testa, solo un agente della security si era affacciato sulla suite ricevendo un proiettile in una gamba) inizia una bonifica dell’albergo che dura 1 ora e 42 minuti. Ma perché nessuno di quegli uomini armati sino ai denti ha assaltato subito la suite del killer, attardandosi in zone già ragionevolmente libere? “Per stanare eventuali complici”, è la ovvia risposta. Ma non convince del tutto gli esperti. Se Paddock non avesse fermato volontariamente la strage (aveva ancora almeno altri 3 mila proiettili, stipati nelle dieci valige che si portato appresso, pesanti e ingombranti, senza destare alcun sospetto nella distratta Securtiy del Mandfaly). "

"DOV'E' LA SECURITY? DOVE C... E'?"

Nei documenti resi pubblici il 27 dicembre, la polizia di Las Vegas ha pubblicato le trascrizioni dei resoconti di alcuni ufficiali su ciò che hanno visto, sentito e fatto cercando di localizzare e fermare un uomo armato che ha scatenato la più letale sparatoria di massa nella storia moderna degli States. Dall’audio e dalle immagini si intuisce la terribile drammaticità del momento, soprattutto quando gli agenti fanno saltare con l’esplosivo le porte blindate della suite, per catturare Stephen Paddock, già morto suicida tra una selva di fucili d’assalto. Si sentono le raffiche, poco prima avevano fatto irruzione nell’albergo urlando “Dov’è la Security?”, “Security Fuck!”. Non risponde nessuno. Alla reception la ragazza aveva riferito alla pattuglia armata che “nessuno risponde, il telefono squilla, squilla, squilla”. A vuoto.

L'ufficiale Joseph Jones ha poi testimoniato agli investigatori del dipartimento che quando è arrivato non era ancora chiaro se il tiratore era dentro o fuori la sua stanza. Ma ha detto di aver visto i lampi ad una finestra al piano superiore prima che lui e altri ufficiali iniziassero a correre verso l’hotel. "Abbiamo sentito il fuoco automatico del fucile," Jones ha detto, aggiungendo in una dichiarazione trascritta dalla videocamera di servizio. Il capo della polizia County Sheriff Joe Lombardo ha dichiarato che l'indagine di polizia si è conclusa in agosto, pubblicando un rapporto di centinaia di interviste e migliaia di ore di lavoro investigativo senza trovare “alcun motivo, nessuna cospirazione e nessun altro tiratore". Nel dossier 1.200 riprese di videocamere della polizia, con 911 registrazioni audio e decine di testimonianze scritte a mano e trascritte. Un rapporto finale dell'FBI, che dovrebbe includere un'analisi comportamentale di Paddock, è previsto a breve.

IRRUZIONE? TROPPO PERICOLOSA

La polizia di Las Vegas avrebbe voluto fare irruzione nelle stanze del killer, “ma era preoccupata per possibili trappole e ostacoli”. In effetti il killer aveva riempito di esplosivo le sue auto parcheggiate nel parcheggio dell’hotel, forse con l’idea a di farle saltare nel delirio distruttivo di cui era silenziosamente preda. A pochi minuti da quando Stephen Paddock ha sparato i suoi ultimi colpi sulla "Route 91 Harvest Music Festival" dalla suite del Mandalay Bay Hotel, diversi agenti di pattuglia del Dipartimento di Polizia Metropolitana di Las Vegas erano al 32° piano, indecisi sul da farsi. Tra loro Shannon Alsbury, il supervisore del Mandalay Bay Engineering, Jesus Campos, l'agente di sicurezza del Mandalay Bay e alcuni agenti armati già lì durante gli spari, insieme al responsabile delle operazioni di sicurezza dell'hotel, Anthony Sottile. Ma perché non sono intervenuti? Avrebbero potuto salvare molte vite. Se ne stavano lì, armi in pugno, nello spazio davanti all’ascensore, a pochi metri dall’assassino che continuava a massacrare innocenti.  La polizia aveva le chiavi che hanno aperto le camere d'albergo, ma non era stato fatto alcun tentativo di violare la suite del Paddock dopo la fine degli spari, anche se esisteva ancora la possibilità che la strage potesse riprendere in qualsiasi momento, causando altri morti. Allora perché gli agenti non hanno organizzato subito un assalto armato nella stanza di Paddock? Gli ufficiali responsabili erano in sicurezza al 31esimo piano, gli altri immobili nel corridoio. La drammatica morale che sembra emergere, o la sintesi, è una sola: troppo pericoloso, meglio lasciar perdere.

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