Le donne del Congresso, spina nel fianco di Trump

| Nancy Pelosi, la speaker che ha appena giurato, ma anche le 127 donne che rendono il Congresso americano il più inclusivo della storia. Per Donald si prospetta un anno complicato

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“Non dobbiamo evitare l’impeachment per motivi politici: Trump era abituato a un congresso repubblicano, con una Camera e un Senato che si limitavano a mettere un timbro. Adesso non sarà più così”. Nancy Pelosi ha esordito nel modo più minaccioso possibile, come nuova speaker della Camera. Un ruolo che aveva già ricoperto tra il 2007 ed il 2011, riconquistato con 220 voti contro i 192 del Repubblicano Kevin McCarthy. E gli effetti della Camera strappata ai Repubblicani nelle elezioni del Midterm iniziano a farsi sentire con l’ostruzione all’idea di Trump del muro sul confine del Messico che ha scatenato le ire presidenziali sotto forma dello “shutdown”.

Nancy D’Alessandro, coniugata Pelosi, nata a Baltimora nel 1940 da una famiglia di origini italiane, come ha lei stessa orgogliosamente ricordato, ha promesso “un mondo nuovo”, assicurando inchieste sui bambini morti al confine e la volontà di arrivare in fondo al Russiagate, che da troppo tempo è una minaccia che sembra non palesarsi mai. E nel discorso tenuto alla camera, le stoccate a Trump non sono mancate, alcune dirette e altre velate, ma viste tutte insieme suonano come una minacciosa batteria contraerea pronta al fuoco: “Proporremo una legge che promuova l’etica negli uffici pubblici per ripristinare l’integrità del governo e far capire che le istituzioni lavorano per l’interesse pubblico e non per il proprio tornaconto”. In pratica, parte il controllo Dem su tutta l’attività del governo, che prima di perdere la Camera era sotto il controllo repubblicano. Le premesse ci sono: per togliere il paese dall’impasse dello shotdown, che sta inchiodando il paese da troppi giorni, la Pelosi ha annunciato che i Dem presenteranno una legge apposita per finanziare il governo tagliando ad hoc la voce che riguarda il muro che sulla cima dei desideri di Trump.

Ma la soddisfazione, nell’ambiente politico di Washington è doppia, forse tripla: le due camera sono il segno dell’inclusività e del #MeToo applicato alla politica, con la cifra record di ben 127 donne fra cui Ilhan Omar, musulmana, che su Twitter ha voluto ricordare: “23 anni fa sono arrivata insieme a mio padre all’aeroporto di Washington partendo da un campo profughi in Kenya. Oggi torno nello stesso aeroporto per prestare giuramento come prima somalo-americana del Congresso”. Una gioia condivisa anche da Sharice Davids, Deb Haaland, Sylvia Garcia e Veronica Escobar: le prime due native americane elette in Kansas e New Mexico, le seconde di origine ispanica spinte verso il Congresso dal Texas.

E c’è il profilo di un’altra donna a stagliarsi all’orizzonte di Trump: Elizabeth Warren, la prima Dem ad annunciare la sfida alle primarie per la corsa alle presidenziali del 2020. Accompagnata dallo slogan “Join the Fight”, unisciti alla battaglia, ha annunciato di voler pensare alla middle-class americana, definita sotto attacco dai ricchi e potenti. Alla candidatura, Trump ha risposto con uno dei suoi soliti Tweet, chiamandola “Fake Pocahontas” per l’esame del Dna a cui la Warren si è sottoposta volontariamente per dimostrare di avere nel sangue discendenze pellerossa.

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