Le ultime speranze dei genitori di Aaron Anderson

| Aveva 22 mesi quando 30 anni fa è spartito dal giardino di casa, in Minnesota. Nessuna pista ha mai portato a nulla, e nessun corpo è mai stato ritrovato: è proprio questa la condanna dei genitori

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Di 8 milioni di bambini in tutto il mondo, e 800mila negli Stati Uniti, ogni anno si perde ogni traccia. Un esercito di piccoli innocenti che secondo le statistiche finisce vittima di traffico sessuale, reti di pedofilia, riti satanici e del mercato degli organi. Non è mai facile, per le famiglie, rassegnarsi alla scomparsa, specie se non c’è una lapide contro cui piangere e resta la speranza che un giorno, anche anni dopo, qualcuno possa bussare alla porta per dire “L’abbiamo trovato”.

È la vita che da trent’anni a questa parte fanno i genitori di Aaron Anderson, scomparso nel nulla a 22 mesi appena alle 16:30 del 7 aprile 1989 dal giardino dell’abitazione della sua famiglia, in Minnesota. Aaron era nato il 23 giugno 1987, capelli e occhi castani, una piccola voglia sull’addome e allora la testa un po’ grossa rispetto al resto del corpo. Quel giorno indossava una felpa rossa e gialla con un dinosauro sul davanti, pantaloni grigio chiaro, una giacca da sci grigia, cappello in lana e il pannolino. Così raccontano i manifesti che per anni hanno tappezzato muri e lampioni del Minnesota.

“Ricordo che qualche giorno prima avevo per televisione un documentario che parlava dei tantissimi bimbi scomparsi – ricorda Paulette, la mamma di Aaron – mi ero commossa inseguendo un pensiero che mi faceva rabbrividire: “Se mai succedesse a me ne morirei”. Sono passati trent’anni, e sono ancora qui, perché di Aaron non abbiamo più saputo nulla. Avevo 26 anni quando è stato rapito”.

Paulette era in casa, stava iniziando a preparare le lasagne per la cena: Aaron si era presentato di fronte a lei con addosso il piumino e il cappello un po’ storto, perché voleva andare a giocare in giardino: “L’ho sistemato e gli ho detto di sì, era la prima giornata di sole tiepido dopo un inverno lungo e freddo: gli ho raccomandato di restare dove avrei potuto vederlo”. Dopo qualche minuto, guardando fuori dalla finestra della cucina, Aaron non c’era più. Paulette esce di colpo, gira intorno alla casa, guarda in ogni cespuglio e lo chiama ad alta voce, mentre dentro l’angoscia cresce.

“Non ricordo quanto tempo è passato, minuti: all’improvviso dal fondo della strada è spuntato un convoglio di auto della polizia. Mi ripetevo che tutto questo non poteva succedere a me, ma era così”. I minuti diventano ore, poi giorni, settimane. La casa di famiglia è ad un centinaio di metri dallo Snake, un lungo fiume che prima di confluire nel Columbia attraversa quattro stati americani, per 1.670 km. È lì che si concentrano le ricerche: se è meno probabile che il piccolo Aaron sia riuscito a fare molta strada per allontanarsi, il timore è che si sia avvicinato troppo alle gelide acque del fiume. Per mesi e mesi intere squadre di volontari, coadiuvati dalla polizia e da squadre di unità cinofile battono ogni centimetro della zona, palmo a palmo, ma di Aaron non c’è traccia. 

L’allora sceriffo della contea di Pine County, John Kozisek, ricorda uno dei cani che ha seguito una traccia con insistenza: intervengono delle squadre di sommozzatori che portano in superficie di tutto, ma nulla che potesse far pensare al bimbo. “È a quel punto che abbiamo capito che non si trattava di un incidente: un fiume restituisce sempre i corpi”.

Seguendo un copione tristemente uguale, le false segnalazioni e le piste si sgonfiano una dopo l’altra, ma non trovare il corpo di Aaron, per i genitori significa tenere accesa una piccola fiammella di speranza. Col tempo, scartato tutto il resto, resta in piedi una sola ipotesi: il rapimento. I rapporti includono l’ipotesi di Jerry Morris, un esperto in bambini scomparsi che ha esaminato a fondo il caso: “Non possiamo pensare che Aaron sia annegato fino a quando non si trovano le prove. Quindi penso che dovremmo cercare un bambino là fuori e che è stato rapito da qualcuno”.

L’ufficio dello sceriffo della contea di Pine County conferma che il caso è ancora aperto, e anche che i genitori di Aaron non sono mai stati sospettati di nulla, perché ancora una volta, niente ha mai portato la polizia a sospettare. Gli Anderson hanno avuto altri tre figli e lasciato la casa sul fiume: hanno divorziato anni fa. Ma ancora sperano che Aaron possa tornare: “Oggi avrebbe 32 anni, e poterlo riavere qui sarebbe meraviglioso. Noi siamo convinti che qualcuno sappia: le relazioni cambiano nel tempo, qualcuno potrebbe essere disposto a farsi avanti e dare alla nostra famiglia il sollievo di chiudere in qualche modo questo immenso dolore che da 30 anni portiamo sulle spalle”. 

I genitori hanno depositato il loro Dna in una banca dati, per sperare che magari per caso, un giorno, qualche algoritmo lo incroci con quello di Aaron. È l’ultima speranza.

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