L’imbarazzo di Tulsa e il futuro della campagna di Trump

| Una furiosa resa dei conti pare abbia impegnato il presidente e il suo staff nel viaggio di ritorno alla Casa Bianca. Tutti sono al lavoro per studiare come proseguire nella campagna elettorale, senza rinunciare agli eventi

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L’imbarazzante vuoto sugli spalti del Bok Center di Tulsa ha fatto il solco. Lo staff elettorale di Trump è al lavoro per rimodulare la campagna elettorale del presidente, a cinque mesi dalla data delle elezioni.

Prima dell’evento in Oklahoma, c’erano piani e programmi per altri raduni, il successivo addirittura a due settimane dall’Oklahoma. Ora le pagine delle agende sono state strappate e non è chiaro quando - e come - Trump accetterà di salire sul palco di un altro palazzetto semi-vuoto: potrebbero passare mesi prima che ci riprovi.

Il Presidente parlerà a Phoenix ad un gruppo di giovani sostenitori, e il suo staff è al lavoro per far sì che il luogo dell’evento appaia pieno, anche se si tratta in partenza di un evento in forma ridotta.

L’appuntamento di Tulsa si è trasformato in quello che molti degli assistenti di Trump riconoscono essere stato un terribile autogol in una sfortunata serie di errori diventati una delusione cocente per Trump, che si aspettava un mare di persone festanti ad attenderlo. E questo deve aver influito anche sulla scelta del discorso pronunciato a Tulsa, perché invece di attaccare il suo rivale, Joe Biden, Trump si è lanciato in un monologo disarticolato che sembrava più ideato per intrattenere, che per cercare voti e consensi.

Il risultato della resa sono le immagini del presidente che torna alla Casa Bianca con la cravatta in mano, scuro in volto e stravolto dalle urla che pare abbia smazzato a piene mani fra i componenti del suo staff, a cominciare da Brad Parscale, il responsabile della campagna elettorale, bersaglio delle ire presidenziali e si dice prossimo al licenziamento insieme ai suoi collaboratori.

Il giorno successivo al disastro di immagine, è iniziata una nuova fase di analisi sul futuro dei raduni e soprattutto su come invertire una tendenza elettorale che non sembra promettere nulla di buono per Trump.

Inizialmente, lo staff elettorale aveva tentato di scaricare la colpa della scarsa affluenza ai manifestanti che bloccavano gli ingressi, anche se diverse foto e riprese televisive mostrano una massiccia presenza della polizia e nessun tipo di ostruzione agli ingressi dell’arena di Tulsa, secondo i dati ufficiali con 6.200 posti occupati a fronte di oltre 19mila di capienza. Idem all’esterno, dove fra le strutture e i maxischermi che avrebbero dovuto permettere ai sostenitori senza biglietto di assistere al discorso, si contavano appena 25 persone, contro previsioni che parlavano di 40mila presenze.

Ma sono in pochi dello staff di Trump a credere che gli eventi pubblici saranno banditi del tutto. Si parla di luoghi più piccoli o all’aria aperta in cui sia più facile radunare la gente senza rischi di contagio, ma Trump ama i bagni di folla delle grandi arene dove le rock star e gli incontri sportivi fanno il tutto esaurito.

Anche lo staff elettorale del presidente sembra si sia lamentato: annunciare un’affluenza massiccia in anticipo è un grave errore che si ritorce in un profondo imbarazzo per lo stesso presidente. Per Tulsa si parlava di chiamata ad un milione di persone, con tutto esaurito ovunque. Era stato Donald Trump in persona a lanciarsi in previsioni azzardate: mentre lasciava la Casa Bianca per Tulsa continuava a ripetere sorridendo, “Vedrete cose che non si sono mai viste prima”. Aveva ragione.

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L’imbarazzo di Tulsa e il futuro della campagna di Trump - immagine 1
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