New York, il terzo mondo degli ospedali

| Letteralmente travolti dalla crescita di casi, gli ospedali della più grande metropoli del mondo sono dei veri campi di battaglia dove manca tutto

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“Era previsto, ma non è bastato: quando sono arrivati i primi pazienti positivi, si è scatenato l’inferno”. A parlare è un medico di New York che in cambio dell’anonimato ha raccontato la vita in un ospedale preparato senza esserlo, che da due settimane combatte come può all’arrivo quotidiano di centinaia di persone colpite da coronavirus: 15 giorni sufficienti perché scorte, attrezzature e ventilatori polmonari non fossero sufficienti neanche per i casi più gravi. “Non abbiamo le macchine, non abbiamo i letti, e pensare che siamo a New York, una delle metropoli più grandi ed evolute del mondo dà la dimensione del disastro. È uno scenario da paese del terzo mondo, sconvolgente e indescrivibile, ma non credo che all’esterno si capisca la gravità di questa malattia, è molto peggio di qualsiasi possibile descrizione”.

All’inizio, i pazienti erano principalmente in una fascia d’età superiore ai 70 anni, ma nell’ultima settimana è cambiato tutto: c’è gente con meno di 50 anni che arriva in ospedale cercando aiuto e muore poco dopo, senza neanche entrare in corsia. Gli esperti di sanità pubblica, tra cui il chirurgo Jerome Adams, hanno lanciato l’allarme: “Gli Stati Uniti potrebbero addirittura superare l’Italia e la Spagna, dove i medici sono costretti a scegliere chi salvare”.

“La realtà è che quello che stiamo vedendo in questo momento è terribile - ha commentato il dottor Craig Spencer, direttore della sanità globale in medicina d’urgenza presso il NewYork-Presbyterian/Columbia University Medical Center di New York - la settimana scorsa si parlava di uno o due pazienti affetti da coronavirus. Ieri, quasi tutti erano stati contagiati, e diversi versavano in condizioni estremamente gravi”.

I funzionari sanitari statali fanno pressioni perché gli ospedali aumentino la capacità del posti letto: lo stato ospita più del 6% dei casi confermati finora nel mondo, e circa la metà di tutti quelli registrati negli Stati Uniti.

A New York City, secondo il governatore Cuomo, sono in corso piani per costruire ospedali di emergenza e riempire spazi come il “Javits Center” con 1.000 letti. Inoltre, migliaia di medici e infermieri in pensione hanno dato la loro disponibilità come “surge health care force”. Sforzi immani anche per procurare ventilatori: New York sarebbe riuscita a procurarsi 7.000 apparecchi che si aggiungono ai 4.000 già disponibili, e la Casa Bianca ha confermato l’invio di due carichi di 2.000 pezzi entro la settimana, “Ma ne servono almeno 30.000”, ha commentato Cuomo.

“Una pandemia di questa portata ha il potere di travolgere qualsiasi sistema sanitario al mondo - ha avvertito il dottor Anthony Fauci, il miglior esperto di malattie infettive degli Stati Uniti - senza ventilatori si dovranno prendere decisioni molto difficili”.

E non è solo New York a sentire l’enorme pressione: gli ospedali di tutto il Paese assistono ad un’impennata di pazienti e ad una progressiva carenza di dispositivi di protezione personale come maschere e camici. Un’infermiera di un pronto soccorso della Virginia ha descritto l’ospedale dove lavora “in preda al caos”, con un reparto di emergenza dove le potenziali vittime di Covid-19 sono sedute accanto a pazienti con altri problemi di salute.

Judy Sheridan-Gonzalez, infermiera del pronto soccorso del “Montefiore Medical Center” e presidente dell’Associazione infermieri dello Stato di New York, ha rivelato che “tutti, medici e infermieri, sono terrorizzati dal timore di essere infettati perché molti non hanno attrezzature protettive adeguate. Sentiamo il dovere di prenderci cura dei pazienti, ma non vogliamo ammalarci, anche perché se il virus fa fuori gli operatori sanitari, è game over”. 

La capacità dei sistemi sanitari statunitensi è al centro dello sforzo di “appiattire la curva” distribuendo il numero di infezioni nel tempo attraverso misure come la distanza sociale, ma la sensazione è di trovarsi solo all’inizio dell’epidemia. “Lo si sente, si può percepire: siamo partiti troppo tardi per fermare il virus. Punto e basta. E ora possiamo solo sperare di rallentarne la diffusione, perché gli ospedali si stanno avvicinando alla saturazione e stiamo finendo i ventilatori, ma le sirene delle ambulanze non si fermano mai, giorno e notte”.

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