Processo Floyd, i ricordi dei testimoni

| Un vigile del fuoco, una bambina e un istruttore di arti marziali hanno raccontato cos’hanno visto quel giorno, quando l’agente Chauvin ha premuto il suo ginocchio sul collo e il povero George ripeteva “I can’t breath”, non posso respirare

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Nell’aula del tribunale di Minneapolis dove si celebra il processo per la morte di George Floyd, è il giorno dei testimoni: gente che quel giorno c’era e ha visto quanto sia facile morire. Non servono armi, basta un ginocchio premuto nel punto giusto per qualche minuto.

Erano passanti, si sono ritrovati a dover raccontare cos’hanno visto: l’agente Chauvin, le urla di George, le proteste di chi era intorno. Poi il silenzio improvviso. Sono una bambina di 9 anni, tre studenti delle scuole superiori, un istruttore di arti marziali miste e un vigile del fuoco di Minneapolis. Erano lì per motivi diversi: chi per comprare degli snack nel negozio all’angolo, chi per fare due passi, si sono ritrovati ad assistere alla lenta agonia di un uomo.

“Ero triste e arrabbiata – ricorda la bambina - sembrava che stesse smettendo di respirare e provava dolore, continuava a ripeterlo. Gli infermieri intervenuti avrebbero dovuto spingere via il poliziotto che continuava a bloccare il collo di Floyd, invece gli hanno chiesto gentilmente se poteva alzarsi. Ma lui è rimasto fermo”.

Donald Wynn Williams II, l’istruttore di arti marziali, era così disturbato da ciò a cui stava assistendo da aver chiamato il 911: “Ho telefonato alla polizia, non sapevo chi altro avvisare, stavo assistendo ad un omicidio: ho ripetuto più volte che un agente stava uccidendo una persona che non aveva opposto alcuna resistenza”. Ricorda di aver implorando Chauvin di mollare la presa su Floyd: basandosi sulla propria esperienza, ha capito che stava tentando di soffocarlo, cambiando la posizione più volte per mantenere la pressione sul collo. Quando ha tentato di intervenire, un ufficiale gli ha ordinato di stare lontano.

Il vigile del fuoco Genevieve Hansen, fuori per commissioni durante il suo giorno libero, ricorda che ha tentato di aiutare Floyd chiedendo ripetutamente alla polizia di controllargli il polso. Ma gli agenti non la ascoltavano. “Non si muoveva ed era ammanettato: tre uomini adulti che mettono tutto il loro peso su qualcuno è troppo. Ho provato a ragionare con calma, poi li ho implorati di smettere”. Anche lei ha chiamato il 911 per riferire ciò che aveva visto fare ad una pattuglia. È una delle tre chiamate di quei tragici minuti finite agli atti. “Non so se avete mai visto qualcuno morire, ma è sconvolgente”, ha concluso rivolgendosi alla giuria.

Il video più celebre, quello che ha fatto il, giro del mondo, l’ha girato Darnella Frazier, un’adolescente: “Guardavo quell’uomo e pensavo che avrebbe potuto mio padre o uno dei miei fratelli. Ho avuto tante notti in cui sono rimasta sveglia per scusarmi con George, perché forse avrei potuto fare di più per salvargli la vita”. Ricorda anche Chauvin tirare fuori dall’auto una mazza che agitava davanti ai testimoni che aumentavano di numero e sempre di più chiedevano di lasciare Floyd: “Mi faceva paura, ha gli occhi cattivi”.

L’udienza si è aperta proprio partendo dal video, i 9 minuti e 29 secondi in cui Chauvin ha premuto il ginocchio sul collo di George Floyd. “Potete credere ai vostri occhi: si tratta di un omicidio”, ha tuonato uno degli avvocati dell’accusa, Jerry Blackwell. Ben Crump, il legale a capo del team che rappresenta la famiglia Floyd è andato giù deciso: “Questo è un referendum sulla capacità dell’America di garantire uguaglianza e giustizia per tutti. Il mondo ci guada”. Secondo il legale della difesa, Eric Nelson, si tratta di un caso più complicato: Chauvin stava applicando quanto imparato nell’addestramento sull’uso della forza da parte della polizia e la causa della morte di Floyd è una combinazione di uso di droga e problemi di salute preesistenti. 

Chauvin, 45 anni, ascolta imperterrito i testimoni, prende appunti, parla con il proprio avvocato. Si è dichiarato non colpevole delle accuse, e il processo contro di lui arriva a 10 mesi di distanza dalla morte di Floyd che ha scatenato un’estate di proteste, disordini e una sorta di resa dei conti sociale con il passato e il presente dell’America. A causa della pandemia, la presenza in aula è strettamente limitata, ma il processo viene trasmesso in diretta nella sua interezza, dando al pubblico la possibilità di assistere al caso più importante dell’era Black Lives Matter.

Derek Chauvin potrebbe essere condannato per tutte, alcune o nessuna delle accuse. Le linee guida di condanna del Minnesota raccomandano circa 12,5 anni di prigione per ogni accusa di omicidio e circa quattro anni per l’omicidio colposo. La deposizione dei testimoni nel processo dovrebbe durare circa quattro settimane, seguita dalle deliberazioni della giuria.

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