Tre manifesti a Baltimora, Maryland

| Come nel film premiato con l’Oscar, una donna ha affittato tre manifesti in promette denaro a chiunque sia in grado di dare informazioni sull’omicidio della sua gemella, avvenuto 23 anni fa e tutt'ora irrisolto

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Da 23 anni, Jennifer LeCornu Carreri si batte per dare un nome e un volto all’assassino di Jody, sua sorella gemella. È uno dei tanti cold case che disseminano le cronache americane, un omicidio a cui mancano ancora un movente e una spiegazione. L’unica certezza di Jennifer è che qualcuno sa, ha visto e sarebbe in grado di risolvere una pena che dura da troppo tempo. Qualche settimana fa, in occasione del 23esimo anniversario della morte di Jody, la sorella ha voluto fare un gesto eclatante: affittare tre grossi cartelloni pubblicitari sulla Pulaski Highway, la Greemont Avenue e South Hanover Street, nel centro di Baltimora, per diffondere il suo annuncio. Oltre alla foto di sua sorella, giovane, bella e sorridente, c’è scritto “Trovate il mio assassino”, con la promessa di una taglia di 100mila dollari a chiunque sia in grado di dare indicazioni che possano portare all’arresto dell’omicida. Il medesimo gesto di protesta e denuncia sociale raccontato nel film “Tre manifesti a Ebbling, Missouri”, ispirato alla vera storia di Mildred Hayes, una madre che chiese alla polizia giustizia per la figlia, violentata e uccisa quand’era solo una ragazzina.

La storia di Jody

Era un giovedì sera freddo, il 2 marzo del 1996, la neve iniziava a cadere e la primavera era ancora lontana. Jody LeCornu aveva litigato per l’ennesima volta con Steve Dubin, il suo fidanzato: lui le rimproverava di bere troppo e di non decidersi a risolvere i suoi problemi con l’alcolismo.

Jody era uscita di casa al mattino per andare al lavoro, alla cassa di risparmio di Hunt Valley: urla al fidanzato che non sarebbe tornata, sbatte la porta e se ne va. Passa la giornata al lavoro, poi fa un salto alla “Towson State University”, dove studiava geriatria. Joann E. LeCornu, per tutti “Jody”, era una studentessa di 23 anni della “Towson State University”, aveva tre sorelle ed era la figlia di un colonnello dei Marine degli Stati Uniti. Una brava ragazza, dicono tutti.

Sulla strada di casa, quella sera, Jody si ferma al “Mount Washington Tavern”, dove la conoscono bene. Verso le due del mattino, alla chiusura del bar, il proprietario del locale le chiede un favore: dare un passaggio fino a casa ad un suo dipendente. Dopo averlo lasciato, Jody preleva del denaro ad uno sportello bancomat, compra una confezione di sei lattine di birra e si ferma in un parcheggio per fare alcune telefonate, senza scendere dalla sua Honda Civic.

Jody era una ragazza ansiosa, chiedeva spesso ai colleghi di controllare dalla finestra che riuscisse a raggiungere la sua auto e raccomandava alle sorelle di camminare velocemente quando erano fuori di notte: aveva il timore di finire coinvolta in qualche violenza. L’idea che quella notte avesse appuntamento con qualcuno, ipotizzata dalla polizia, secondo la famiglia regge poco: Jody non l’avrebbe mai fatto.

Alcuni testimoni raccontano che all’Honda Civic si è avvicinata una BMW bianca: la ragazza ha abbassato il finestrino. Dalla BMW è sceso un uomo di colore basso, con una giacca mimetica: i due parlano per qualche minuto, poi l’uomo sembra tornare verso la sua auto. Tira fuori una pistola e spara attraverso il finestrino, colpendo Jody alla gola. La ragazza tenta di fuggire, ma la sua auto riesce a fare pochi metri bloccandosi nel parcheggio di un supermercato. La BMW la segue e la affianca: l’uomo scende dall’auto e si avvicina al finestrino, come per controllare che la ragazza sia morta. Afferra qualcosa dal sedile e sparisce nella notte.

Malgrado la presenza di numerose impronte digitali, le immagini della videosorveglianza e diverse testimonianze oculari, il caso appare subito estremamente complicato. Il 4 marzo, la polizia della contea di Baltimora informa la stampa la convinzione che si il tragico epilogo di una rapina finita male.

Le indagini

Per anni dopo la tragica notte del 2 marzo 1996, il padre di Jody, John LeCornu, ha tenuto stretti contatti con Anne Arundel, il procuratore aggiunto nella contea, seguendo da vicino il corso delle indagini. Ma non è riuscito a concludere la missione di dare giustizia a sua figlia: si è ammalato di cancro ed è morto nel 2007.

Jennifer LeCornu Carreri, la sorella gemella di Jody, ha deciso di andare avanti, tenendosi a stretto contatto con gli investigatori che indagano sul caso, tra cui Carroll Bollinger, un detective della omicidi. La donna aveva intenzione di assumere un investigatore privato per esaminare i fascicoli della polizia e capire se si potesse fare qualcos’altro, ma poiché il caso è ancora aperto la contea di Baltimora ha rifiutato. Jennifer non si è arresa: ha intentato una causa per ottenere l’accesso al caso e alla fine ha raggiunto un accordo riservato che non ha comunque portato al rilascio dei file. Lo statuto del Maryland permette alle forze dell’ordine di trattenere a tempo indeterminato i file investigativi.

All’epoca della morte di sua sorella, Jennifer viveva in California ma era in contatto costante con sua sorella: “Quando è morta, tutto si è tinto di nero. Sono stata sotto shock per molto tempo.

Tornata ad Annapolis, Jennifer si è sposata, ha messo su famiglia e non ha mai smesso di continuare la sua ricerca: qualche anno fa crea il sito web www.justice4jody.come ad ogni intervista dichiara la stessa cosa: “Non avrò pace fin quando non troverò l’assassino di mia sorella”.

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