Trump, l’impeachment e il “fattore Giuliani”

| Per la CNN, “Le impronte di Rudy Giuliani sono ovunque”: l’ex sindaco forte di New York avrebbe gestito in prima persona nell’Ucrainagate, creando una diplomazia parallela e non ufficiale per conto di Trump

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La fama di “duro”, Rudy Giuliani se l’è guadagnata parecchi anni fa. Classe 1944 da East Flatbush, un quartiere di Brooklyn ai tempi poco raccomandabile, nelle vene gli scorre sangue italiano: suo padre Angelo gestiva bische clandestine, la mamma Helen lo aspettava a casa facendosi il segno della Croce ogni sera. Rudy studia arrivando alla laurea e a 27 anni diventa Procuratore Distrettuale dei Manatthan, poi capo della sezione narcotici e di seguito vice assistente del ministro della giustizia. La fama lo precede: è l’uomo che sa mettere ordine ovunque arrivi. New York se ne accorge nel 1977, quando Giuliani torna a casa come sindaco e dichiara di ispirarsi a Fiorello La Guardia. Il nuovo “sceriffo” si rimbocca le maniche e inizia a seminare sganassoni, ispirato da un mantra incrollabile: tolleranza zero. Lo attaccano per una severità ritenuta eccessiva che non conosce eccezioni: i suoi uomini combattono contro tutti e tutti, dalla famiglia Gambino alla mafia, dal “turnstile jumping”, il salto dei tornelli della metro, agli “squeegeemen”, i lavavetri, fino ad arrivare ai “writers” che imbrattano i muri. Critiche che si smorzano come soufflè quando arrivano i dati: gli omicidi nella Grande Mela sono calati vertiginosamente e zone come Times Square, per lungo tempo vietata ai turisti e alle famiglie, diventa quella che è ancora oggi. Il suo impegno dopo gli attentati dell’11 settembre gli vale anche il titolo di “Uomo dell’anno” per il “Time”.

Nel 2008, Rudy si candida per le primarie nelle file dei Repubblicani, ma numeri scarsi lo convincono al ritiro e ad appoggiare John McCain, che sarà sconfitto da Obama. Due anni fa Trump lo vuole come consigliere per la sicurezza informatica della Casa Bianca, un anno dopo assume l’incarico di avvocato personale.

Ma negli ultimi mesi, il nome di Rudy Giuliani è finito in modo pesante nelle pieghe dell’Ucrainagate, la spinosa vicenda sfociata nell’avvio della procedura di impeachment contro Donald Trump. Da qualche settimana, notano i media americani in queste ore, Rudy ha preferito tornare nell’invisibilità e nel silenzio: niente più interviste e ospitate in tivù per difendere l’operato del presidente, ma in compenso il suo nome sta emergendo sempre più come una figura fondamentale nell’impeachment. 

Giuliani è stato più volte nominato dai testimoni che sono sfilati davanti al Capitol Hill, nelle udienze a porte chiuse. “Era sempre da qualche parte”, ha riferito l’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’UE Gordon Sondland, aggiungendo che la missione ombra di politica estera di Giuliani in Ucraina si è fatta più “insidiosa” con il passare del tempo. Rudy era onnipresente: passava ore al telefono con funzionari ucraini e spuntava a sorpresa nelle riunioni diplomatiche. Per tanti una sorta di re Mida al contrario, in grado di seminare confusione ed esasperazione su tutto ciò su cui poggiava gli occhi, hanno recitato quasi in coro diversi testimoni. Neanche Mike Pompeo, il segretario di Stato, era in grado di trattenere l’uomo che godeva della massima fiducia del presidente.

La prossima settimana si apre una nuova fase critica dell’inchiesta per l’impeachment, con udienze pubbliche in cui tutti sanno che il nome di Rudolph Giuliani sarà onnipresente. Pagine e pagine di testimonianze sembrano consolidare la tesi dei Dem: Trump ha abusato del suo potere cercando favori politici dall’Ucraina. E sono anche la prova del profondo coinvolgimento di Giuliani nei piani di Trump, ansioso di aggirare i diplomatici e gli alti funzionari statunitensi per consegnare all’ex “sceriffo” le redini della delicata faccenda.

Per i media, non è altro la prima avvisaglia della fine di una carriera gloriosa, la macchia scura finale, quella in grado di guastare l’eredità di un uomo destinato ad entrare nei libri di storia. Giuliani è anche un punto cardine dell’inchiesta che potrebbe cambiare l’umore del presidente: se Trump iniziasse a creare una certa distanza tra loro, come è solito fare per sminuire l’influenza dei suoi collaboratori più stretti, Giuliani non sarebbe il primo a dover rispondere delle presunte irregolarità del suo ingombrante cliente, come insegna la vicenda di Michael Cohen.

Giuliani ha sempre affermato di essere pronto a testimoniare, ma sembra improbabile che abbia da guadagnarci. Le testimonianze dimostrano che ha tentato di creare una potente pista diplomatica alternativa che non solo ha scavalcato i canali ufficiali americani, ma ne ha anche inibito il lavoro.

La Casa Bianca sostiene che non c’è alcuna prova che Trump abbia chiesto una contropartita all’Ucraina, subordinando gli aiuti militari alla richiesta di indagare sul figlio di Joe Biden. Ma al contrario, numerosi indizi suggeriscono che il Presidente ha direttamente incaricato Giuliani di mettere in atto una manovra fuori dagli schemi per ottenere favori politici da Kiev.

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