Trump non molla, l’imbarazzo dell’America

| A quasi 10 giorni dalle elezioni, Trump rifiuta di ammettere la sconfitta, complicando i passaggi di potere previsti dalla Costituzione. Ma Biden va avanti, sapendo che Donald ha la data di scadenza impressa sulla schiena

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Donald non sente ragioni, facendo la gioia dei comici americani che continuano a dipingerlo come un bambino di 120 kg viziato e capriccioso, che non vuol saperne di andare via dalle giostre nonostante le insistenze della mamma. A insistere, nella realtà, è ormai una lunga schiera di parenti, amici e consiglieri, ma lui resta asserragliato all’interno della Casa Bianca, studiando chissà quali mosse nell’improbabile missione di ribaltare un esito elettorale che ormai sembra scritto sulla pietra.

Anche Joe Biden tira dritto, all’apparenza senza preoccuparsi del capriccioso ex avversario, e quando qualcuno gli fa una domanda diretta risponde “È una situazione imbarazzante per un grande Paese come gli Stati Uniti. Credo che tutto questo non aiuterà l’eredità del presidente, ma qualsiasi cosa creda di poter fare, ha una scadenza fissata per il prossimo 20 gennaio”.

Parole che all’apparenza non sfiorano neanche Donald, che nelle scorse ore pare abbia fatto un giro di telefonate con alcuni leader stranieri “fedeli” e tenti in ogni modo di rallentare il trasferimento dei poteri. Secondo le notizie che filtrano, l’aria che spira nei corridoi della Casa Bianca è assai pesante: Trump è ancora convinto che fin dall’inizio avesse una facile vittoria in tasca, ma non c’era sondaggio che lo appoggiava. Una congiura che ha finito per convincere 360 milioni di americani.

Dalla sua, Trump ha una sola scusante: nessuno dei risultati è stato ancora certificato, diversi conteggi dei voti sono ancora in corso e l’esito finale sarà certo soltanto quando il Collegio Elettorale Americano si riunirà, il prossimo 14 dicembre. Ma per contro, l’ex presidente ha la certezza matematica che anche se tutti i suoi ricorsi fossero accolti non basterebbero a ribaltare la situazione.

Anche Biden ha telefonato ad alcuni leader stranieri: al premier britannico Boris Johnson, a quello irlandese Micheál Martin, al presidente Emmanuel Macron e alla cancelliera tedesca Angela Merkel, ha voluto presentarsi con una frase sintomatica: “Voglio solo dirvi che l’America è tornata”.

Ma mentre Biden e la sua vice Kamala Harris vanno avanti, un'agenzia governativa poco conosciuta, guidata da un fedelissimo di Trump, sta facendo di tutto per rallentare il passaggio di poteri: è l’Amministrazione dei Servizi Generali, ente che coordina i finanziamenti e l’accesso ai dipartimenti federali per le amministrazioni entranti. Serafico, Biden commenta: “Francamente, non vediamo nulla che riesca a rallentarci”.

Poco segno hanno lasciato anche gli strali del segretario di Stato americano Mike Pompeo, secondo cui “Se ogni voto “legale” fosse stato conteggiato, sarebbe iniziata una seconda amministrazione Trump”. I vertici del partito repubblicano nicchiano e si dileguano alla spicciolata temendo per il futuro. Il leader della maggioranza del Senato, il repubblicano Mitch McConnell, è convinto che serva solo un po’ di pazienza: accettare che il presidente faccia le sue rivendicazioni, dargli il tempo di sfogare la frustrazione, ma nel frattempo anche convincersi che non ci saranno prove sufficienti a modificare i risultati delle elezioni.

In ballo c’è il controllo del Senato, che si deciderà con il ballottaggio per due seggi del prossimo gennaio in Georgia: se i Dem li conquisteranno entrambi, potrebbero ribaltare il controllo del Senato. E allora per i repubblicani la sconfitta sarebbe epocale.

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