Tutte le guerre di Trump

| Dal Rose Garden della Casa Bianca, il presidente attacca con forza l’OMS e la Cina, ma tralascia gli oltre 100mila morti da coronavirus e le violenze che infiammano l’America per la morte di un afroamericano

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Nella perenne ricerca di nemici contro cui azzuffarsi, Donald Trump ha concentrato i suoi strali su due versanti diversi, in realtà idealmente collegati fra loro: l’OMS e la Cina.

Poche ore fa, il presidente ha annunciato la fine immediata delle relazioni americane con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una decisione che arriva dopo i sospetti che l’organizzazione dell’ONU abbia agito in malafede, spalleggiando la Cina nelle prime fasi della pandemia e per questo colpevole di non aver avvisato il mondo del pericolo imminente, causando centinaia di migliaia di vittime. I 450 milioni di dollari che gli Stati Uniti versano ogni anno all’OMS, ha annunciato Trump, saranno “diretti su altri fronti”, senza al momento specificare quali.

Il doppio passo trumpiano, alle prese con indici di gradimento sempre più in picchiata e pericolosamente prossimo alla tornata elettorale di novembre, si completa con un attacco frontale alla Cina, se possibile ancor più violento. “Hanno derubato gli Stati Uniti come mai nessuno aveva fatto prima facendo irruzione nelle nostre fabbriche e sventrando l’industria americana”.

Parole di fuoco, pesantissime, che Trump ha pronunciato nel “Rose Garden” della Casa Bianca al temine di una settimana drammatica in cui gli Stati Uniti hanno superato i 100.000 morti per la pandemia e con le proteste per la morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso a Minneapolis da un agente di polizia, che stanno mettendo a ferro e fuoco le maggiori città americane. Due fronti che ha evitato di nominare, ma che lo infastidiscono non poco, dicono fonti interne.

Trump ha accusato la Cina di “spionaggio industriale senza ritegno”, annunciando misure per proteggere aziende e investitori americani dalle scorrette pratiche finanziarie cinesi. Alle accuse si è aggiunta anche la discussa legge sulla sicurezza nazionale che mina fondamentalmente l’autonomia di Hong Kong, annunciando che in futuro gli Stati Uniti non concederanno più alla città lo status speciale sul commercio, applicando invece le stesse restrizioni in vigore con il resto della Cina: Washington darà l’addio alle misure speciali sull’estradizione, il commercio, i viaggi e la dogana concesse finora. “Questa settimana la Cina ha imposto unilateralmente il controllo sulla sicurezza di Hong Kong, con una chiara violazione degli obblighi del trattato di Pechino con il Regno Unito. Di conseguenza, Hong Kong non è più sufficientemente autonoma da giustificare il trattamento speciale che abbiamo concesso al territorio”.

“Le relazioni USA-Cina sono ormai in piena crisi - ha commentato Richard Fontaine, CEO del Center for a New American Security - abbiamo toccato il fondo e continuiamo a cadere. Pechino si vendicherà ben presto e le cose peggioreranno. La risposta del Presidente su Hong Kong è audace e, credo, appropriata. Pechino, che si sta muovendo per porre fine al sistema politico separato di Hong Kong, sapeva perfettamente di innescare una risposta americana”.

Secondo Chad Bown, professore al “Peterson Institute for International Economics”, si tratta più o meno di un bluff: la revoca dello status speciale di Hong Kong e l’estensione delle tariffe di Trump all’enclave “avrebbe un impatto immediato molto limitato”, dato che nel 2019 gli Stati Uniti hanno importato meno di 5 miliardi di dollari di merci da Hong Kong. In confronto, nel 2019 gli Stati Uniti hanno importato dalla Cina merci per un valore di 452 miliardi di dollari. “Ironia della sorte, sarebbe più impattante per il commercio se la Cina rispondesse con un’escalation di tariffe e un’acquisizione forzata della politica commerciale di Hong Kong: se Pechino fosse in qualche modo in grado di estendere dazi e tariffe come ritorsione, avrebbero un perfino impatto maggiore”.

Poco dopo l'intervento di Trump, la Casa Bianca ha emesso un ordine presidenziale che sospende l’ingresso negli Stati Uniti di studenti e ricercatori laureati e post-laureati provenienti dalla Cina, con effetto a mezzogiorno di lunedì, e che rimarrà in vigore fino a quando il Presidente non lo revocherà.

L’annuncio di Trump è solo l’ultimo limite che la sua amministrazione ha imposto alla Cina. Nel 2018, il Dipartimento di Stato aveva emesso restrizioni temporali sui visti per gli studenti cinesi laureati in campi come l’aviazione, la robotica e la produzione avanzata, considerati sensibili per la sicurezza nazionale, riducendo il periodo di soggiorno sul suolo americano da cinque anni a uno solo. Nell’ottobre 2019, il Dipartimento di Stato ha iniziato a richiedere ai diplomatici cinesi negli Stati Uniti di riferire tutti gli spostamenti e gli incontri con funzionari statali e locali, nonché le visite a istituti di istruzione e di ricerca.

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