USA: i numeri reali della pandemia? Un buco nero

| Più di 589.000 casi negli Stati Uniti, ma gli esperti temono che il numero reale sia molto più alto, e il timore di una seconda ondata quanto mai prevedibile

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Donald Trump punta dritto verso il 1° maggio, come data utile per riaprire il Paese, e come lui, i governatori di entrambe le coste - alcune delle zone finora più colpite – pianificano come  per far ripartire l'economia. Ma la grande domanda è quando e come farlo in modo sicuro.

Mentre i dati sull’appiattimento della curva, il superamento del picco e la stabilizzazione dei contagi hanno generato un certo ottimismo, i professionisti della sanità pubblica temono che un fattore chiave per comprendere la pandemia sia stato dimenticato: i dati mancanti.

Ci sono almeno 671mila casi confermati di Covid-19 negli Stati Uniti, secondo i dati compilati dal “Center for Systems Science and Engineering” della Johns Hopkins University. Tuttavia, secondo gli esperti il numero è probabilmente molto più alto perché i test finora sono stati scarsi.

“Negli Stati Uniti abbiamo un enorme buco nero - ha avvisato il dottor John Brownstein, epidemiologo del Boston Children’s Hospital - non è stato ancora possibile ottenere una profonda comprensione della quantità di contagi reali. Senza saperlo si crea il limite di non essere in grado di modellare e proiettare lo sviluppo dell’epidemia”.

Brownstein ritiene che il probabile numero di casi sia valutabile in qualche milione: attraverso il sito web che ha contribuito a creare, che permette a tutti i cittadini di autodenunciare qualsiasi sintomo, circa 400 persone (sui 400mila che l’hanno usato) hanno detto di essere risultate positive al Covid, mentre altre 4.000 mostravano tutti i sintomi della malattia. I casi più gravi possono includere febbre, tosse secca e problemi respiratori, mentre si ritiene che nell’80% dei casi i sintomi siano lievi o del tutto assenti.

Secondo i dati della Johns Hopkins, su 329 milioni di abitanti, solo 3,2 milioni sono stati sottoposti a test, e anche se gli sforzi si sono intensificati con centri drive-thru, circolano liberamente molte persone con sintomi che non sono mai state testate. A New York, lo stato con il maggior numero di casi, i test sono stati riservati principalmente a chi è gravemente malato e ricoverato in ospedale. Nello stato di Washington, uno dei primi focolai negli Stati Uniti, il personale sanitario è autorizzato a testare solo chi presenta sintomi conclamati di Covid-19. I dati mancanti rendono inoltre difficile capire come il virus stia colpendo fasce di età, razza e sesso diversi. Anche gli stati che hanno analizzato i dati di contagio per razza solo di recente hanno iniziato a fornirli e alcuni appaiono fortemente incompleti.

Di fronte a informazioni fondamentali mancanti, secondo Brownstein difficile sentirsi ottimisti sulla possibilità di appiattire la curva dei contagi, ma soprattutto migliorare l’assistenza e prepararsi ad un’eventuale seconda ondata. “L’unico dato positivo è che realmente il numero reale fosse di qualche milione, è evidente che la maggior parte degli infetti non ha avuto conseguenze gravi”. Ma anche questo sembra incerto: i dati iniziali provenienti dalla Cina indicano che l’80% dei casi ha avuto sintomi lievi, ma è difficile conoscere il vero tasso di ospedalizzazione o il tasso di mortalità senza prima sapere il numero totale di casi.

“Non credo sia possibile dare per scontato che il solo fatto di avere gli anticorpi significhi che è possibile tornare alla normalità. Per poter riaprire il Paese in modo sicuro nel mezzo di una pandemia per la quale non esistono un vaccino o una cura, dovrebbero esserci piani chiari in termini di sorveglianza e test. Se c’è una percentuale della popolazione infetta che non si riesce a identificare, questo porta al punto di partenza, ma capirlo richiede una tonnellata di dati che al momento non abbiamo”.

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